Questioni scottanti su Qumràn e il cristianesimo primitivo
Data: Lunedì, 04 marzo 2002 @ 12:00:00 CET
Argomento: Sensazionalismo


Spunti e travisamenti offerti dalla lettura dei manoscritti.

di Andrea Nicolotti

La scoperta dei manoscritti di Qumràn ha fornito agli studiosi del giudaismo e del cristianesimo antico una inaspettata quantità di fonti. Se il materiale rinvenuto è utilissimo per meglio comprendere la società e l’ideologia della Palestina in cui operò Gesù, è stato talora mal utilizzato e sfruttato per creare diffondere interpretazioni insostenibili del cristianesimo del I secolo. Qui si esaminano le principali presunte “rivelazioni” dei manoscritti di Qumràn ed i loro rapporti con i racconti evangelici.



Sommario

 

Qumràn: dai "misteri" agli studi internazionali

A che punto siamo1.

Nel 1995 il prof. Elio Jucci dell’Università di Pavia, studioso di Qumràn, nel sintetizzare lo stato della ricerca sull’argomento faceva il seguente rilievo:

“Fin dall'inizio della pubblicazione delle scoperte di Qumràn c’è stato un confronto con i testi del Nuovo Testamento e si è incominciato ad evidenziare analogie e differenze. La spiegazione più seguita è che si tratta di due movimenti che affondano le radici in terreno comune, ma con sviluppi in gran parte indipendenti. Vi può tuttavia essere stata, è verosimile che ci sia stata, per alcuni punti una interazione diretta, che resta però comunque difficile da dimostrare in modo sicuro. Alcuni singoli studiosi hanno proposto una almeno parziale identificazione dei protagonisti dei due corpi letterari. Su questo terreno sin dall'inizio della ricerca qumranica sono sorte, e periodicamente riemergono, anche polemiche pretestuose, basate spesso su forzate interpretazioni dei testi, se non su interpretazioni del tutto fantasiose”2.

Le accuse

In queste poche parole, si fa implicito accenno ad un feroce dibattito che ha contrapposto soprattutto nell’ultimo decennio la stragrande maggioranza degli studiosi di Qumràn, di ebraismo, di Nuovo Testamento e di cristianesimo antico ad uno sparuto gruppo di studiosi e giornalisti, la cui voce è stata potentemente e spesso irresponsabilmente amplificata e volgarizzata dai mezzi di comunicazione di massa. Queste “polemiche pretestuose, basate spesso su forzate interpretazioni dei testi, se non su interpretazioni del tutto fantasiose”, sono andate di pari passo con una accesa (ma in parte giustificata) polemica sulla lentezza delle pubblicazioni dei manoscritti di Qumràn e con l’accusa di monopolio dei testi da parte di una ristretta équipe di studiosi orientata ideologicamente, che ne avrebbe anche fissato una interpretazione edulcorata. Tutto ciò è stato dato in pasto al pubblico tramite la pubblicazioni di articoli di giornali e di veri e propri libri, i quali pretesero di offrire rivelazioni e conoscenze sensazionali su presunte verità tenute nascoste, e su intrighi orditi all’ombra del Vaticano.

La replica del mondo accademico internazionale.

Gli studiosi, gente normalmente pacifica, sono stati invischiati in un quadro che rappresentava un mondo accademico fatto di losche accuse e controaccuse. Le reazioni, da un certo punto di vista, sono state positive: la necessità di rispondere a queste ricostruzioni scandalistiche ha spinto gli studiosi a dedicarsi maggiormente ad una divulgazione più accessibile dei loro studi. Sono stati pubblicati negli ultimi dieci anni un gran numero di libri e articoli da parte di illustri accademici, per tentare di arginare un tale proliferare di confusione; alcuni volumi sono stati curati congiuntamente da autori di diversa provenienza nazionale, religiosa e culturale, in modo da dimostrare quanto grande sia l’accordo tra gli esperti nel respingere tali fantasiose ricostruzioni, e quanto assurda sia l’idea di un consensus orientato detenuto nelle mani di pochi. Alcuni di questi utilissimi volumi sono stati anche scritti o tradotti in italiano3.

Per fornire i necessari chiarimenti.

In questo capitolo, verranno esaminate le più note tra queste particolari interpretazioni; per una proficua comprensione di questa parte, è consigliabile la preventiva lettura del capitolo dedicato alla storia dei ritrovamenti di Qumràn, in quanto molte delle accuse si riferiscono ad avvenimenti che ho già descritto.

Esiste una pubblicazione, tradotta in diverse lingue, dovuta a Michael Baigent e Richard Leigh, The Dead Scrolls Deception. The Sensational Story Behind the Religious Scandal of the Century, uscita nel 1991 in Inghilterra, e disponibile anche in italiano (Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo, Milano, 1997). Questo libro può a buon diritto essere considerato la migliore sintesi delle affermazioni di cui abbiamo parlato: gli autori promettono inedite informazioni sui rotoli di Qumràn, annunciano una scoperta di una congiura ordita dal Vaticano e propongono una immagine diversa e rivoluzionaria del cristianesimo delle origini. Essi raccolgono in maniera acritica tutte le polemiche che si sono sviluppate sull’argomento fin dalla scoperta dei rotoli (anche quando siano in aperta contraddizione fra loro).

Per questo motivo, nel prenderle in esame, seguiremo quanto riportato nel libro citato.


1I titoli dei singoli paragrafi non fanno parte del contributo originale e sono stati aggiunti posteriormente per rendere più agevole la lettura a tutti i  frequentatori del sito.

2 E. JUCCI, I manoscritti ebraici di Qumràn: A che punto siamo?, in "Rendiconti di lettere dell'Istituto Lombardo" CXXIX (1995), pp. 243-273, reperibile anche in formato elettronico.

3 È ad esempio lo scopo esplicito (e perfettamente riuscito) del volume di Otto Betz e R. Riesner, professori di Nuovo Testamento a Tubinga, Gesù, Qumràn e il Vaticano. Chiarimenti, Roma, 1995. Numerosi altri volumi di introduzione alle scoperte di Qumràn dedicano ampio spazio alla confutazione di queste tesi: cfr. ad esempio l’opera di James. C. Vanderkam, professore di Scritture ebraiche alla Notre Dame University (USA), Manoscritti del Mar Morto. Il dibattito recente oltre le polemiche, Roma, 1995, oppure quella di Joseph A. Fitzmyer, della Catholic University of America di New York, Qumràn. Le domande e le risposte essenziali sui Manoscritti del Mar Morto, Brescia, 1994, o ancora di J. Alberto Soggin, docente di lingua e letteratura ebraica alla Sapienza di Roma, I manoscritti del Mar Morto, Roma 19942. La pubblicazione a cura di James H. Charlesworth, direttore del Dead Sea Scroll Project e docente a Princeton, Gesù e la comunità di Qumràn, Casale, 1997, raccoglie interventi di undici fra i più rinomati studiosi del settore, a dimostrare l’internazionale consenso degli specialisti sull’argomento.

Un complotto del Vaticano?
Il libro di Michael Baigent e Richard Leigh

"Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo", Milano, 1997.

Gli autori e l’orizzonte dei loro “studi”.

Nel risvolto di copertina dell’edizione italiana del libro, Baigent viene definito un “fotografo appassionato di storia dei Templari”, e Leigh un “romanziere con un debole per l’esoterismo”. Assieme ad Henry Lincoln, avevano curato in passato Le avvincenti inchieste storico-esoteriche de Il Santo Graal. Una catena di misteri lunga duemila anni (trad. ital. Milano, 1997) e L’eredità messianica. Compito ed azione segreta della confraternita del Sacro Graal (trad. ital. Milano, 1996), in cui informavano il pubblico dell’esistenza ancor oggi in Europa di seguaci di Gesù che si preparano ad assumere l’egemonia del mondo intero. Tra gli altri titoli dei due autori, tradotti prontamente in italiano, I segreti della Germania nazista: i retroscena più sconvolgenti e le verità mai rivelate sul Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale (Roma, 2000) e L’Inquisizione (Milano, 2000). Da parte sua Baigent ha pubblicato L’elisir e la pietra (Milano, 1998) e Misteri antichi (Milano, 1999). Certamente l’interesse dei due autori per l’esoterismo, il mistero e la letteratura scandalistica è marcato; altrettanto marcata la scarsa fedeltà delle loro ricostruzioni, così tipica della letteratura di questo genere.

Il libro su Qumràn ed il giudizio degli studiosi.

Recentemente anche Umberto Eco, elencando i libri che “raccontano panzane” sui Templari, indicava il libro sul Graal di Baigent, Leigh e Lincoln come “il modello di fantastoria più sfacciato”, affermando riguardo agli autori che “la loro malafede è così evidente che il lettore vaccinato può divertirsi come se facesse un gioco di ruolo”1.

Il libro su Qumràn si apre con una poesia ed un ringraziamento ad Ann Evans, che “ci ha incoraggiato nel nostro lavoro e che ora ha trovato una nuova vocazione come medium per l’ombra vagante e inquieta di Jehan l’Ascuiz”…

Il primo annuncio pubblicitario del libro di Baigent e Leigh esordiva: “La verità sul cristianesimo primitivo… soffocata dal Vaticano”. Tutto il libro è pervaso da questa accusa: il Vaticano avrebbe influito pesantemente sulla scelta dell’équipe internazionale per lo studio dei manoscritti, in modo che fosse a lui sottoposta; si sarebbe cercato da parte dell’équipe di tenere nascosti certi frammenti e di creare una interpretazione ufficiale, un consensus ideologicamente orientato, che non mettesse in crisi la teologia cattolica.

L’accusa di Baigent e Leigh, che è la stessa di Robert Eisenman, è stata definita da Hersel Shanks, editore della rivista Biblical Archeological Review, “un’idiozia”2. Il parere di quest’uomo, è significativo: egli è ebreo, e non cristiano; egli è stato tra i pochi che hanno sollecitato, proprio assieme ad Eisenman, la pubblicazione immediata delle fotografie dei testi inediti di Qumràn, con una serie di articoli sulle sue riviste3; è continuamente presentato in ottima luce dai medesimi Baigent e Leigh4. Dello stesso parere due specialisti israeliani che oggi si occupano della conservazione e dell’edizione dei rotoli: per Magen Broshi Il mistero del Mar Morto è “un libro stupido”5, e per Shemaryhau Talmon “indecente”6.

Anche il prof. García Martínez, che pubblicò una lunga recensione del volume sulla Revue de Qumràn, lo ha definito “disonesto”7.

“Penoso esempio di giornalismo giallo”.

Il prof. James C. Vanderkam della Notre Dame University si è espresso in questi termini:

“Dopo una partenza abbastanza buona, il libro degenera rapidamente in un penoso esempio di giornalismo giallo. Gli autori cercano di inculcare nel lettore l’idea che il ritardo nella pubblicazione dei testi fu dovuto al fatto che l’équipe, dominata dai cattolici, era sotto il controllo del Vaticano, il quale, pienamente edotto di quanto stava scritto nei testi inediti, era preoccupato di abolire tutto quello che nei manoscritti potesse denigrare il cristianesimo. R. de Vaux [il direttore dell’équipe, n.d.r.], che quanti lo hanno conosciuto descrivono come una persona gradevole, diventa un mostro che ha guidato e costretto il complotto vaticano ad occultare i manoscritti. Dopo questa distorta e cospicua esibizione di assurdità, i due autori ripropongono una versione variata della teoria di Eisenman sui manoscritti, la quale secondo loro fornisce una risposta soddisfacente ai problemi che l’ipotesi essena non è in grado di risolvere. Il numero di coloro che nel mondo accettano la teoria di Eisenman sale dunque da uno a tre […] Ora che tutti i manoscritti sono a disposizione per essere consultati, nessuno è stato in grado di trovarvi qualcosa di dannoso per il cristianesimo o qualcosa che il Vaticano avrebbe interesse ad occultare. Uno dei benefici effetti collaterali che si sono venuti a creare con il libero accesso ai manoscritti è stato quello di mostrare che la teoria della cospirazione sostenuta da Baigent e Leigh si fonda sul nulla”8.

Le accuse a De Vaux e all’équipe internazionale di studio dei manoscritti.

È interessante sapere che de Vaux e l’École biblique furono invitati a prendersi cura della pubblicazione dei manoscritti su richiesta di un ufficiale belga dell’ONU, il capitano Philippe Lippens, che si trovava nella regione per far rispettare la tregua tra i belligeranti. Essa era una delle poche istituzioni nella parte giordana della città in grado di occuparsi dei rotoli. Baigent e Leigh descrivono padre Roland de Vaux come uno studioso che fece la propria fortuna su Qumràn, e lo dipingono come “un modesto archeologo”. Ebbene, prima del rinvenimento dei rotoli, de Vaux aveva condotto assieme a P. Savignac studi archeologici approfonditi ad Aïn Qedeis nel 1937, a Mâ`in nello stesso anno, poi a Salt, in Transgiordania (1938), e alla montagna di Efraim nel 1946. Nel 1944 aveva lavorato ad Abu Gosh su finanziamento del governo francese; tra il 1945 ed il 1946, con l’autorizzazione del Dipartimento delle Antichità britannico, a 'Ain el-Ma'moudiyeh, vicino al villaggio di Taffûh; su incarico dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres e con i finanziamenti della Commission des Fouilles du Gouvernement Français lavorò anche al sito di Tell el-Fâr'ah. Il padre de Vaux fu anche chiamato per alcuni scavi a Gerusalemme, prima nel 1956, poi dal 1961 al 1963.

De Vaux è l’autore del noto Istituzioni dell’Antico Testamento, apparso per la prima volta in francese nel 1960, che è ancora uno strumento imprescindibile per la ricerca del settore e continua ad essere riedito in varie lingue e ristampato10. Nel 1971 scrisse una Storia antica di Israele altrettanto nota11. Pubblicò in decine di articoli sulla Revue Biblique i risultati dei suoi scavi su Qumràn, poi raccolti in un volume nel 196112. Fu autore di numerosi studi e traduzioni13. Ma per Baigent e Leigh un uomo che ha dedicato gran parte della sua vita allo studio della Palestina e del suo popolo, era un fascista ed un antisemita, la “persona meno adatta a soprintendere alla ricerca dei manoscritti del Mar Morto”.

La presentazione di de Vaux è una sorta di ritratto di un uomo pericoloso:

“Si era preparato al sacerdozio nel seminario di Saint Sulpice… la sua preparazione dottrinale (!) incluse anche lo studio dell’arabo e dell’aramaico […] Non era solo un cattolico praticante, ma un monaco [era in realtà un frate, non un monaco, n.d.r.], e questa condizione non poteva garantire che egli avesse l’equilibrio e l’imparzialità necessari per gestire una materia tanto delicata e scottante […] Spietato, gretto, bigotto ed estremamente vendicativo”14.

Gli autori, inoltre, paiono dimenticarsi che la tanto vituperata équipe internazionale non fu formata indipendentemente dal de Vaux, ma fu il comitato fiduciario del Museo Rockefeller a chiedere alle scuole archeologiche straniere operanti nella parte giordana di Gerusalemme (inglese, francese, tedesca, americana) di inviare propri rappresentanti, di cui solo qualcuno era cattolico. La mancata presenza di studiosi israeliani, che per gli autori del libro fu segno di parzialità, fu inizialmente imposta dalle autorità giordane; ora che i rotoli appartengono ad Israele e che vi sono diversi studiosi ebrei nell’équipe, quest’accusa non avrebbe più alcun senso di essere ripetuta, come purtroppo avviene ancora.

I manoscritti “nascosti”…

Il libro non manca di altre significative falsità. Gli autori, lamentando la lentezza delle pubblicazioni, arrivano ad affermare che al 1991 “sono stati dati alle stampe solo otto volumi e meno del 25% del materiale, e quelli pubblicati finora sono solo in minima parte documenti importanti”15. Questa ridicola percentuale si ottiene solo se il Rotolo del Tempio, lungo più di 8 metri, viene calcolato come un frammento della grandezza di un francobollo. In realtà nel 1991 restava da pubblicare solo il 20% dei testi, ovvero frammenti delle grotte 4 e 11. Sull’importanza dei frammenti restanti di fronte ai testi pubblicati ormai da decenni, non occorre spendere parole: basterà consultare una raccolta di testi antecedente al 1991,come quella italiana del Moraldi (1986). D’altra parte dal 1991 tutti i testi sono consultabili in fotografia, e oggi praticamente tutti pubblicati e tradotti16. Ad oggi, non esiste più alcun testo inedito o inaccessibile.

… e le accuse al Vaticano.

Non contenti di sparlare di de Vaux e dell’équipe, Baigent e Leigh si occupano dell’École biblique di Gerusalemme, che de Vaux dirigeva, e più in generale degli studi biblici. Una parte del libro è intitolata “Il Vaticano”17, e chiama in causa opinioni di scrittori le cui teorie oggi, ad un secolo di distanza, nessuno, cattolico o non, si sentirebbe di sottoscrivere in uno studio scientifico sulle Scritture (Loisy, Renan, Fogazzaro, Darwin), tutto ciò allo scopo di insinuare nel lettore l’idea di un clima orientato negli studi biblici. La fondazione da parte di padre Albert Lagrange (1855-1938) dell’École biblique è presentata come una tattica papale per respingere le giuste istanze moderniste allo studio storico-critico delle Scritture; il fatto che proprio padre Lagrange fu osteggiato da certi ambienti ecclesiastici perché i suoi metodi filologici innovativi (ed ora ampiamente accettati) parvero in odore di eresia, non è preso in considerazione18. L’École biblique, centro di studio scientifico della Bibbia e della sua storia, viene descritta come una bigotta istituzione19.

Addirittura nello stesso capitolo per ben sette pagine si tratta della Pontificia Commissione Biblica e della Congregazione della Dottrina della Fede, del “Grande Inquisitore” cardinal Ratzinger (ora Papa), del teologo Hans Küng, delle opinioni papali nel campo della morale, dell’infallibilità del papa, della contraccezione. Ci si chiede che cosa altro poteva essere tirato in ballo per inventarsi fandonie di testi nascosti e pericolosi per il cristianesimo, la cui pubblicazione sarebbe stata ritardata. Oggi che i testi sono tutti accessibili, dove sono questi pericoli? È l’unica utile cosa che gli autori, impegnati a dissertare di morale e teologia cattolica, non ci dicono.


1 La bustina di Minerva, in «L’Espresso» del 23 agosto 2001, p. 166.

2 H. SHANKS, Is the Vatican Suppressing the Dead Sea Scrolls?, in « Biblical Archeological Review» XVII/6 (1991), pp.66-71.

3 Sono raccolti, compreso il precedente, in H. SHANKS, Understanding the Dead Scrolls. A Reader from the Biblical Archeology Review, Washington, 1992.

4 M. BAIGENT – R. LEIGH, Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo, Milano, 1997, p. 100 e altrove.

5 In «Biblical Archaeologist» LV (1992), p. 107.

6 In «Zur Debatte» XXII/5 (1992), p. 1.

7 F. GARCÍA MARTÍNEZ, Notas al margen de The Dead Scrolls uncovered, in «Revue de Qumràn» LXI (1993), pp. 123-150.

8 J. C. VANDERKAM, Manoscritti del Mar Morto, Roma, 1995, p. 217.

10 R. DE VAUX, Les institutions de l'Ancien Testament, Paris, 1957-1960. Le istituzioni dell'Antico Testamento, Casale, 19913. Ancient Israel: its Life and Institutions, Livonia, 1997; Das Alte Testament und seine Lebensordnungen, Freiburg, 1962; Instituciones del Antiguo Testamento, Barcelona, 19924.

11 R. DE VAUX, Histoire ancienne d'Israël: des origines a l'installation en Canaan, Paris, 19732; The Early History of Israel, London 1978; Historia antigua de Israel, Madrid, 1975.

12 Cfr. anzitutto gli articoli apparsi nella Revue Biblique degli anni 1949, 1953, 1954, 1956, 1959, e poi la sintesi R. DE VAUX, L’archéologie et les manuscrits de la Mer Morte, London, 1961; traduz. inglese migliorata Archaeology and the Dead Sea Scroll, London, 1973. La morte, purtroppo, non gli ha permesso di dare alle stampe una relazione esaustiva degli scavi.

13 Per limitarmi ai libri, Bible et Orient, Paris, 1967; I patriarchi ebrei e la storia, Brescia 1967; Les Livres de Samuel, Paris, 1953; Les sacrifices de l'Ancien Testament, Paris, 1964; Les livres des Rois, Paris, 1949; La Genèse, Paris, 1962; Palestine During the Neolithic and Chalcolithic Periods, Cambridge, 1966; Palestine in the Early Bronze Age, Cambridge, 1966; Notes et textes sur l'avicennisme latin aux confins des XIII-XIII siécles, Paris, 1934. Bibliografia di De Vaux in J. L. VESCO (a cura di), Cent'anni di esegesi. L'Antico Testamento: L'École biblique di Gerusalemme, Bologna, 1992, pp. 97-106.

14 M. BAIGENT – R. LEIGH, Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo, Milano, 1997, pp. 42-43.

15 Op. cit., pp. 52-53.

16 R. EISENMAN – J. M. ROBINSON (a cura di), A Facsimile Edition of the Dead Sea Scroll, Washington, 1991. Meglio: E. TOV, The Dead Scrolls on Microfiche. A Comprehensive Facsimile Edition of the Texts from the Judaean Desert, Leiden, 1993.

17 M. BAIGENT – R. LEIGH, Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo, Milano, 1997, pp. 111-138.

18 Si vedano le notizie su Lagrange al sito dell’École.

19 Per la storia e l’esegesi dell’École, cfr. J. L. VESCO – J. MURPHY-O'CONNOR (a cura di), Cent'anni di esegesi. L'École biblique di Gerusalemme, Bologna, 1992 (2 voll.).

Edmund Wilson:
silenzi su Qumràn?

Nel 1955 lo scrittore e critico letterario statunitense Edmund Wilson pubblicò un articolo (che poi divenne un libro) riguardo ai manoscritti di Qumràn1.

Egli sostenne che a Qumràn si trovavano già anticipati tutti gli aspetti importanti della dottrina cristiana, anche se la maggior parte degli scrittori cristiani tentava di nasconderlo: “Il monastero di Qumràn […] è forse, più di Betlemme e di Nazareth, la culla del cristianesimo”2. Tale ipotesi derivava da un volgarizzamento di alcune osservazioni in merito che erano state fatte dallo studioso francese André Dupont Sommer, che aveva sostenuto una derivazione essena del cristianesimo, in maniera assai più prudente3. Se il dibattito scientifico si era occupato pacificamente di queste tesi, mettendo in luce alcune discutibili interpretazioni dei testi peraltro ancora in via di pubblicazione, il Wilson per primo instillava velatamente il dubbio che qualcuno cercasse di nascondere qualche oscura verità. Il libro, comunque, conteneva interviste ad alcuni degli esperti che si occupavano dei manoscritti, ed era stato anche rivisto da alcuni di essi; l’autore, inoltre, ammetteva di non avere le competenze per prendere una posizione sicura. Anche se talora mancava di quella serenità ed obbiettività che il lettore si aspetterebbe, Wilson non si limitava a proporre le tesi del Dupont, ma dava il giusto spazio anche alla maggioranza degli studiosi che lo contraddicevano. Baigent e Leigh, da parte loro, rincararono la dose, parlando esplicitamente di un complotto e di una caccia all’uomo nei confronti del Dupont4.


1 E. WILSON, The Scrolls from the Dead Sea, New York, 1955.

2 Ivi, p. 97.

3 A. DUPONT SOMMER, Aperçus préliminaires sur les manuscripts de la Mer Morte, Paris, 1950; Les écrits esséniens découverts près de la Mer Morte, Paris, 1959, in cui moderava le precedenti affermazioni.

4 M. BAIGENT – R. LEIGH, Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo, Milano, 1997, pp. 58-59.

John M. Allegro:
passione e croficissione a Qumràn?

L’équipe internazionale.

John M. Allegro, assistente alla Manchester University, fece parte fin dal primo momento della équipe internazionale addetta alla pubblicazione dei frammenti della grotta 4Q. Baigent e Leigh mettono tutto il loro impegno a descriverlo come l’unico studioso “libero” dell’équipe, e “l’unico filologo del gruppo, che aveva già pubblicato cinque saggi su riviste accademiche. Questo faceva di lui l’unico esperto che si fosse guadagnato un nome sul campo prima di iniziare a lavorare sui rotoli. Tutti gli altri erano perfetti sconosciuti”1.

Basterà scorrere una semplice bibliografia degli altri membri dell’équipe per verificare l’esattezza di tale notizia; prendendo ad esempio padre Milik, si potrà verificare quali furono i suoi studi filologici condotti in Polonia ed al Pontificio Istituto Biblico, le lingue che conosceva (greco, latino, ebraico ed aramaico, siriaco, paleoslavo, arabo, georgiano, ugaritico, accadico, sumero, egiziano ed ittita), e le sue numerose pubblicazioni anteriori alla chiamata a Gerusalemme nel 19522. Lo stesso valga per Jean Starcky, che si laureò in lettere classiche, filosofia e teologia, specializzandosi in lingue orientali all’Institut Catholique e all’École Pratique des Hautes Études di Parigi, poi al Pontificio Istituto Biblico e all’École Française di Roma; anch’egli vanta pubblicazioni precedenti il 19523.

1956 – Allegro: “A Qumràn un Messia crocifisso e risorto”.

Nel 1956, Allegro rilasciò delle interviste radiofoniche, di cui riferì un articolo apparso sul New York Times del 5 febbraio: “Le basi storiche dell’Ultima Cena, di almeno una parte del Padre Nostro e dell’insegnamento di Gesù tramandato dal Nuovo Testamento, risalirebbero alla comunità di Qumràn”. Allegro pare abbia parlato di testi di Qumràn, non ancora pubblicati, in cui si presentava il Maestro di Giustizia crocifisso e deposto in una tomba dai suoi discepoli in attesa della risurrezione, un preciso prototipo di Gesù. Tale affermazione di derivazione del cristianesimo da Qumràn la sostenne fino alla morte: nel 1986 egli affermava ancora che secondo i suoi discepoli, “il Maestro di Giustizia sarebbe ricomparso alla fine dei tempi come Messia”4.

Gli altri membri dell’équipe prepararono immediatamente una risposta che sarebbe dovuta apparire sul medesimo giornale; quando Allegro ne ebbe notizia, così scrisse al direttore dei lavori, de Vaux:

“Tenendo conto di quanto Wilson ha già detto sul rifiuto della Chiesa ad esaminare i testi con obbiettività, Lei può ben immaginare che putiferio verrà fuori. Con tutto il rispetto devo farle rilevare che qui le assurdità di Wilson sono state prese molto sul serio. In occasione di ogni conferenza sui rotoli, mi viene posta la stessa domanda: è vero che la Chiesa ha paura [...] Possiamo essere sicuri che verrà pubblicato tutto il materiale? Questa domanda può suonare come una vera sciocchezza alle nostre orecchie, ma è un dubbio molto diffuso tra la gente comune. […] Mi sembra superfluo aggiungere quale effetto farebbero le firme di tre sacerdoti cattolici sotto una lettera del genere”5.

È interessante leggere come nel 1956 Allegro consideri sciocche le illazioni di Wilson, di cui abbiamo trattato, e cerchi di usarle come deterrente nei confronti di de Vaux; pochi anni dopo egli stesso sosterrà le stesse sue opinioni.

1956 – La smentita degli altri studiosi.

Tale lettera, però, non fermò l’azione dell’équipe, la quale il 16 marzo del 1956 pubblicò sul Times la seguente smentita, firmata dal presidente e da quattro altri membri:

“ In vista della vasta ripercussione delle sue dichiarazioni, e del fatto che i materiali sui quali sono basate non sono ancora disponibili al pubblico, noi, suoi colleghi, ci sentiamo in dovere di fare la seguente dichiarazione. Non esiste alcun testo inedito a disposizione del signor Allegro oltre a quelli i cui originali si trovano attualmente nel Museo archeologico della Palestina, dove noi svolgiamo il nostro lavoro. Subito dopo la comparsa sulla stampa di citazioni delle trasmissioni del sig. Allegro, abbiamo revisionato tutti i materiali pertinenti, editi od inediti. Ci sentiamo di affermare che nei testi non ci è dato di riscontrare nessuna delle «scoperte» di Allegro. Non abbiamo trovato nessuna «crocifissione del Maestro», nessuna «deposizione dalla croce», nessun «corpo martoriato del loro Maestro» da custodire sino al Giorno del Giudizio. Non esiste quindi alcun «ben definito quadro essenico in cui la figura di Gesù di Nazareth trova posto», come dai resoconti sembra aver detto Allegro. È nostra convinzione che o Allegro ha sbagliato a leggere i testi, o ha costruito una catena di ipotesi che non trova sostegno nei documenti in questione”.

A distanza di quasi un cinquantennio, ora che abbiamo a disposizione tutti i documenti allora inediti, come possiamo valutare queste considerazioni?

Il brano che diede avvio alla polemica.

Ecco il passo che dal tempo di Dupont-Sommer ha dato adito all’interpretazione di un Maestro di Giustizia martirizzato o crocifisso, tratto dal commentario ad Abacuc (1QpHab). Il passo è assai corrotto, quindi va integrato:

8,16-17; 9,1-2: “L’in[terpretazione del passo] si riferisce al sacerdote che si è ribellato [e ha violato] gli statuti di [Dio…], per colpirlo con giudizi di empietà, e orrori di funeste infermità causarono a lui, e atti di vendetta sul suo corpo di carne”.

Le parti integrate (tra parentesi) ci fanno vedere come sia difficile una lettura univoca del testo, che resta comunque ipotetica. Ciò basterebbe per suggerire una grandissima cautela nelle congetture di ricostruzione.

Il significato nella lettura comune è questo: il Sacerdote Empio si è ribellato alle leggi divine e per questo ha meritato una punizione. Questa affermazione viene messa in relazione con la morte del sommo sacerdote Gionata Maccabeo che fu imprigionato, maltrattato e ucciso da Diodoto Trifone (143 a.C.)

Dupont-Sommer integrava invece in questo modo:

“L’in[terpretazione del passo] si riferisce al sacerdote che si è ribellato [e ha violato] gli statuti di [Dio e perseguitò il Maestro di Giustizia] per colpirlo con giudizi di empietà, e profanatori malvagi perpetrarono atti orrendi su di lui, e atti di vendetta sul suo corpo di carne”.

In questo caso, cambiando il soggetto, il perseguitato sarebbe il Maestro di Giustizia, e non il Sacerdote Empio. La traduzione italiana del Moraldi, che pur accetta la lettura “perseguitò il Maestro di Giustizia”, considera assai poco verosimile l’interpretazione secondo la quale l’oggetto della vendetta sia lui e non il Sacerdote Empio.

La lettura più diffusa è in armonia con quanto viene detto poche righe più sotto:

9,9-10: “L’interpretazione si riferisce al sacerdote empio che a causa dell’iniquità commessa contro il Maestro di Giustizia e i suoi seguaci, Dio lo consegnò nelle mani dei suoi nemici per umiliarlo con infermità, cosicché finisse nell’amarezza dell’anima, perché empiamente aveva agito contro i suoi eletti”.

Questo passo (che non ha bisogno di integrazioni ipotetiche) ci mostra senza possibilità di equivoco che il Sacerdote Empio fu perseguitato.

Non si può affermare che il Maestro di Giustizia sia stato messo a morte.

Ecco ciò che sarebbe la dimostrazione di una crocifissione del Maestro di Giustizia: un passo lacunoso, che può essere integrato in almeno tre modi diversi, nel quale nella ipotesi meno probabile si parla di una generica persecuzione del Maestro di Giustizia, senza affermare in alcun luogo che egli venne ucciso, né tanto meno come venne ucciso.

Resta pertanto valida l’interpretazione secondo cui a Qumràn, qualunque sia la traduzione di questo testo, non è dato rinvenire “alcuna asserzione inequivoca che il Maestro di Giustizia sia stato messo a morte”6, ed i passi dell’Abacuc Pesher “non comportano la descrizione specifica di un individuo torturato e ucciso”7. Milik scrisse in proposito:

“Non esiste alcun testo sicuro nel quale si affermi la morte violenta del Maestro di Giustizia; abbiamo invece diversi elementi che ci suggeriscono la morte naturale. Così ad esempio il Documento di Damasco, parlando della morte del Maestro, usa l’espressione “fu riunito” (CD 8,21), che deve evidentemente intendersi come un’abbreviazione della frase biblica “fu riunito al suo popolo, ai suoi padri”, usata per la morte pacifica, in piena vecchiaia, dei Patriarchi o di altri personaggi (Cfr. Gen. 25,9; 35,29; Deut. 32,50; Giud. 2,10)”8.

Il prof. G. Vermes, non cedendo a nessuna ipotesi di ricostruzione tanto labile quanto soggettiva, osserva: “Non sappiamo né chi fu il fondatore degli Esseni, né come, né dove, né quando egli morì”9.

Non si parla di croficissione.

Tantomeno si parla di crocifissione: le parole dell’équipe “Non abbiamo trovato nessuna «crocifissione del Maestro», nessuna «deposizione dalla croce», nessun «corpo martoriato del loro Maestro» da custodire sino al Giorno del Giudizio” sono confermate dalla pubblicazione di tutti i testi.

Solo in 4QpNah appare il verbo “appendere” (thl) riferito al supplizio inferto nell’88 a.C. da Alessandro Janneo ad 800 Ebrei ribelli, confermando la notizia di Giuseppe Flavio (Antiquitates 13); ugualmente alla colonna 64 del Rotolo del Tempio (11QTemple 64,6-13) si usa lo stesso verbo parlando della pena dei traditori della nazione. Ma mai questo verbo o verbi consimili sono riferiti al Maestro di Giustizia.

Il frammento inedito: le “sconvolgenti” interpretazioni di Allegro ed Eisenman…

Veniamo al passo allora inedito a cui faceva riferimento Allegro; neppure in esso si parla di crocifissioni. Si tratta di un frammento della grotta 4 (4Q285) assai lacunoso, che solitamente si traduce in questo modo:

“[…] il profeta Isaia […] un rampollo uscirà dal tronco di Jesse […] il rampollo di Davide. Essi entreranno in giudizio con il […] ed il Principe della Comunità lo mise (o metterà) a morte […] e con ferite, ed il sacerdote di […] comanderà […] la strage dei Kittim”.

Allegro ed Eisenman lo lessero in questa maniera:

“[…] il profeta Isaia […] un rampollo uscirà dal tronco di Jesse […] il rampollo di Davide. Essi entreranno in giudizio con il […] ed essi metteranno a morte il Principe della Comunità […] e con ferite, ed il sacerdote di […] comanderà […] la strage dei Kittim”.

Il problema è nella frase “il Principe della Comunità lo metterà a morte”; infatti, essendo il testo non vocalizzato, il verbo potrebbe essere letto in due modi: “il Principe della Comunità lo metterà a morte (wehemîtô)”, oppure “essi metteranno a morte il Principe della Comunità (wehêmîtû)”. La mancanza del segno del complemento oggetto ’t (nota accusativi) che ci si aspetterebbe in quest’ultimo caso, e che c’è appena una riga sopra, non è motivo sufficiente ad escludere grammaticalmente questa lettura.

La lettura comunemente accettata, è che il Principe della Comunità (il Messia della stirpe di Davide, cfr. CD 7,20 e 1QM 5,1) mette a morte l’empio di cui parla Isaia 11,4; nella lettura di Eisenman-Allegro, il Principe della Comunità è l’oggetto dell’uccisione.

In questo passo si tratta del Messia che deve venire. Allegro evidentemente vide in questo testo una prefigurazione della morte di Cristo, e Robert Eisenman, nel suo libro “scandalistico”, pur dando entrambe le lezioni, propende per la stessa di Allegro10. Per Eisenman, inoltre, il Maestro di Giustizia è Giacomo il Minore (anche se il testo è datato a decenni prima dell’operato di Giacomo).

… e le interpretazioni di tutti gli altri.

Il passo è stato tradotto e spiegato diversamente da tutti gli altri commentatori, tra cui Geza Vermes e Marcus Bockmuehl11 del centro di studi su Qumràn di Oxford; il prof. Otto Betz ha presentato la stessa interpretazione al simposio su Qumràn dell’università di Eichstätt nel 199312. Il passo, infatti, acquista un senso preciso se messo in rapporto con il libro di Isaia che sta commentando: la frase “un rampollo uscirà dal tronco di Jesse”che compare nel frammento è una citazione di Isaia 11,1. Ecco il testo di Isaia 11,1-4, che parla appunto del Messia che deve venire:

“Un rampollo uscirà dal tronco di Jesse ed un virgulto spunterà dalle sue radici. Riposerà sopra di lui lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di discernimento, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di timore del Signore. Troverà compiacenza nel timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze, né renderà sentenza per sentito dire, ma giudicherà con giustizia i miseri e con equità renderà sentenze in favore dei poveri del paese. Percuoterà il violento con la verga della sua bocca, e farà morire l’empio con il soffio delle sue labbra”.

Ecco l’empio che il Messia - Principe della Comunità dovrà mettere a morte. Inoltre, in un altro testo di Qumràn (1Q28b 5,20-26) il Maestro di Giustizia prega “per il Principe della Comunità, per stabilire in eterno la sua sovranità sul suo popolo” e per “giudicare i poveri per sempre con giustizia”. Egli dovrà “percuotere i popoli con la verga della sua bocca, devastare la terra col suo bastone e far morire l’empio con il soffio delle sue labbra”. La citazione letterale di Isaia è evidente, e la somiglianza con il nostro frammento impressionante: si afferma che il Principe della Comunità metterà a morte l’empio, come predetto da Isaia, e non che il Principe della Comunità sarà ucciso.

Lo stesso Eisenman pone il frammento appena dopo un altro frammento ad esso imparentato (n° 6), in cui si parla del Principe della Comunità, descritto come giudice dell’empietà, nemico delle forze del male, davanti al quale verrà condotto un uomo. Nulla di più facile che ricostruire il legame tra i due frammenti: come testimoniato da Isaia, il Principe della Comunità si ergerà a giusto giudice del popolo, e metterà a morte l’empio che sarà condotto dinanzi a lui.

Stona assai con queste dichiarazioni di potenza del Messia davidico, che giudicherà i popoli con verga e bastone, l’idea che egli possa essere messo a morte da qualcuno. Anche in altri testi in cui si precisa la funzione messianica del Principe della Comunità si esclude categoricamente la possibilità della sua morte: in 1QSb V,21 ss. Egli fonderà per il suo popolo un regno eterno, sarà innalzato dal Signore, ucciderà gli empi.

Corrado Martone, dell’Università di Torino, conclude un’approfondita analisi del passo con queste parole:

“Risulta dunque che tutti i testi che presentano indiscutibili affinità col nostro frammento sono assolutamente estranei al concetto di morte del Messia […] Appare di conseguenza inverosimile collegare il nostro testo che, come visto, si colloca perfettamente in una ben documentata tradizione giudaica, alla concezione cristiana del sacrificio messianico”13.

Tantomeno, senza ombra di dubbio, vi sono menzioni di «crocifissione del Maestro», «deposizione dalla croce», «corpo martoriato» da custodire sino al Giorno del Giudizio.

A Qumràn nessun testo parla della passione e croficissione.

In conclusione: nessun testo di Qumràn cita o allude a personaggi del Nuovo Testamento (Gesù, Giovanni Battista, Apostoli, etc.), né parla di passione, morte, crocifissione, deposizione, custodia del corpo del Maestro di Giustizia (fine del II sec. a.C.) o del Messia futuro (per epprofondire, è possibile leggere una simile trattazione in lingua inglese).

Naturalmente Baigent e Leigh, senza fare parola di questi documenti, ci presentano Allegro (ed Eisenman) come gli unici autentici divulgatori della verità storica, tenuta nascosta dai terribili membri dell’équipe internazionale. Nemmeno una citazione dei testi, ma la descrizione di un clima di mistificazione.

Gli studi successivi di Allegro.

Allegro l’anno dopo fu licenziato dalla sua università. Nel 1960 pubblicò, senza l’autorizzazione dell’équipe, la trascrizione e la traduzione del Rotolo di Rame14: l’edizione ufficiale apparve invece nel 1962, a cura di J. T. Milik15. In esso, fu rinvenuta una lunga lista di 64 luoghi in Palestina dove sarebbe stato nascosto un tesoro. Mentre Milik lo definì come un esempio del genere letterario popolare dei “cataloghi di tesori immaginari”, Allegro lo intese come un reale elenco dei nascondigli in cui gli Zeloti avrebbero occultato i beni del Tempio nel 68 d.C., prima della caduta di Gerusalemme. Ma si tratta (per contare solo i metalli preziosi) di 65 tonnellate d’argento e di 26 tonnellate d’oro, una ricchezza immensa, che farebbe pensare ad una cifra immaginaria. Allegro, per renderla verosimile, giunse a ridurre addirittura ad un sesto il ben noto valore delle misure del talento ebraico16. Egli organizzò anche delle campagne di scavi per ritrovare i tesori, inutilmente.

Nel 1966, si diede al teatro. Fu rappresentato infatti un suo dramma intitolato The Lively Oracles (Gli oracoli viventi), in cui il protagonista, un professore, scopre un rotolo che stravolge la tradizionale lettura di alcuni passi evangelici. Ma gli inviati del Vaticano lo fanno sparire….

Dando credito alle “ricostruzioni inquisitorie” di Baigent e Leigh, verrebbe da pensare ad un allontanamento immediato di Allegro da un’équipe internazionale preoccupatissima per tale pericoloso rivale: invece, più di dieci anni dopo, egli ne è ancora membro. Nel 1968 egli curò il quinto volume della collana Discoveries in the Judaean Desert in cui pubblicava una trentina di frammenti17. Abbiamo già detto della scarsa qualità di tale edizione, sintetizzata dal giudizio del prof. Karlheinz Müller dell’Università di Würzburg: “Senz’altro la peggiore e la più inaffidabile edizione di Qumràn che il lettore possa aspettarsi dall’inizio dei ritrovamenti”18. La correzione dei suoi errori, preparata da J. Strugnell, risultò lunga quasi quanto il libro recensito: frammenti non correttamente identificati o mal accostati, letture discutibili e confusa numerazione delle tavole19.

Epilogo.

Allegro si ritirò dagli studi di qumranistica e si dedicò ad argomenti sempre più imbarazzanti. Nel suo libro uscito nel 1970 Il fungo sacro e la Croce20 sostenne quella che diventerà una sua idea fissa: Cristo non era mai esistito, ma era una forma di allucinazione provocata dalla psilobicina contenuta in un fungo, di cui i Cristiani delle origini si cibavano all’interno di culti orgiastici.

L’opera, che questa volta non aveva a che fare con le presunte trame del Vaticano e di de Vaux, fu ugualmente demolita dalla critica, al punto che gli editori si scusarono pubblicamente per averla stampata21. In una lettera al Times del 26 maggio 1970 quattordici eminenti studiosi, come avvenuto alcuni anni prima in merito a Qumràn, confutarono le opinioni di Allegro: tra i firmatari, il maestro di Allegro stesso, il prof. Godfrey Driver, colui che lo aveva prescelto per far parte dell’équipe.

Baigent e Leigh, stavolta, ammettono che Il fungo e la croce si basa “su alcune premesse filologiche che noi, come molti altri commentatori, abbiamo difficoltà ad accettare”. Ma subito dopo, aggiungono che “si tratta di un fatto secondario”. Essi cercano di giustificare l’autore “tenendo presente il clima e l’atmosfera della fine degli anni ‘60” e parlando di una diffusa “cultura della droga” che lo avrebbe influenzato 22.


1 M. BAIGENT – R. LEIGH, Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo, Milano, 1997, p. 44.

2 Biografia e bibliografia in «Revue de Qumràn» XVII (1996), pp. 1-20.

3 Biografia e bibliografia in «Revue de Qumràn» XV (1991), pp. 1-20.

4 Ancora in Jesus and Qumràn: the Dead Sea Scrolls, in R. J. HOFFMANN – G. A. LARUE, Jesus in History and Mith, New York, 1986, pp. 86-96.

5 M. BAIGENT – R. LEIGH, Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo, Milano, 1997, p. 63.

6 R. B. Y. SCOTT, The Meaning for Biblical Studies of the Qumràn Scroll Discoveries, in «Transactions of the Royal Society of Canada» L (1956), p. 45.

7 J. DANIELOU, The Dead Sea Scrolls and Primitive Christianity, New York, 1958, p. 59.

8 J.T. MILIK, Dieci anni di scoperte nel deserto di Giuda, Torino, 1957, p. 43.

9 G. VERMES – P. VERMES, The Dead Sea Scroll: Qumràn in Perspective, Cleveland, 1978, p. 154.

10 R. EISENMAN - M. WISE, Manoscritti Segreti di Qumràn. Tradotti e interpretati i Rotoli del Mar Morto finora tenuti segreti. I 50 documenti chiave che fanno discutere l’esegesi biblica mondiale, trad. ital., Casale, 1994, pp. 24-29.

11 G. VERMES – M. BOCKMUEHL, The Oxford Forum for Qumràn Research. Seminar on the Rule of War from Cave 4, in «Journal of Jewish Studies» XLIII (1992), pp. 85-94. Vedi anche questo sito internet.

12 O. BETZ, Kontakte zwischen Christen und Essenern, in B. MAYER (a cura di), Christen und Christliches in Qumràn?, Regensburg, 1992, pp. 157-175. In italiano, O. BETZ – R. RIESNER, Gesù, Qumràn e il Vaticano. Chiarimenti, Roma, 1995, pp. 127-134.

13 C. MARTONE, Un testo qumranico che narra la morte del Messia? A proposito del recente dibattito su 4Q285, in «Rivista Biblica» XLII (1994), pp. 329-336.

14 J. ALLEGRO, The treasure of the copper scroll. The opening and decipherment of the most mysterious of the Dead Sea scrolls. A unique inventory of buried treasure, London, 1960.

15 M. BAILLET - J. T. MILIK - R. DE VAUX, Les 'petites grottes' de Qumrân, Oxford, 1962.

16 Op. cit., p. 44.

17 J. M. ALLEGRO, Qumrân Cave 4. I (4Q158-4Q186), Oxford, 1968.

18 In J. SCHREINER, Einführung in die Methoden der biblischen Exegese, Würzburg, 1971, p. 310.

19 J. STRUGNELL, Notes in marge au volume V des «Discoveries in the Judaean Desert of Jordan», in «Revue de Qumràn» VII (1969-71), pp. 163-276.

20 Trad. ital. Roma, 1980.

21 Times, copia del 19 maggio 1970.

22 M. BAIGENT – R. LEIGH, Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo, Milano, 1997, pp. 75-76.

Robert Eisenman:
Giacomo come Maestro di Giustizia?

Eisenman: “A Qumràn un Messia messo a morte”.

Il consenso sviluppatosi negli ultimi quarant’anni tra gli studiosi è eclatante. Ci sono però due studiosi che da questo consenso si allontanano, giungendo peraltro a conclusioni differenti; essi, pur non convincendo i loro colleghi, sono stati presi assai più sul serio dai mezzi di comunicazione. Il primo è Robert H. Eisenman, docente di Religioni del Medio Oriente presso la California State University di Long Beach.

Egli fece divulgare dalla sua università il 1° novembre 1991 un comunicato in cui si annunciava “la scoperta di un testo che parla dell’esecuzione capitale di un Messia”. Nello stesso comunicato, ripeteva la solita accusa del consensus orientato ideologicamente: “Questo minuscolo frammento confuta definitivamente l’idea sostenuta ancor oggi dal comitato responsabile della pubblicazione dei manoscritti, che questo materiale non abbia nulla a che fare con le origini del Cristianesimo in Palestina”.

Di che frammento si tratta? Dello stesso frammento al quale Allegro più di trent’anni prima aveva fatto riferimento, e che abbiamo già analizzato (4Q285), mettendo in luce che la lettura di Allegro-Eisenman è certo assai poco probabile.

Secondo Eisenman il Maestro di Giustizia è Giacomo “fratello del Signore”.

In che modo questo frammento serve alla teoria di Eisenman? Occorre fare qualche passo indietro, alle prime sue pubblicazioni, nelle quali egli colloca i documenti di Qumràn in un ambiente erodiano, ed interpreta tutti i passi del commento ad Abacuc alla luce di Giacomo, a capo della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme1. Giacomo “fratello del Signore” (Gal 1,19) sarebbe quindi il Maestro di Giustizia di Qumràn, e Paolo apostolo l’Uomo della Menzogna (1QpHab 2,2). Eisenman vede in Giacomo e nei cristiani provenienti dal giudaismo, come anche negli Esseni e negli abitanti di Qumràn, una varietà degli Zeloti, fautori della rivolta armata contro i Romani. Anche la teoria degli Esseni come Zeloti non è nuova, ma sostenuta alcuni decenni fa da Cecil Roth e Godfrey R. Driver, ed accantonata. Anche il modo di descrivere i contrasti tra giudeo-cristiani ed etnico-cristiani è sorprendentemente simile alla vecchia teoria di Ferdinand Christian Baur (1792-1860). In tal modo il Maestro di Giustizia, che tutti considerano il fondatore di Qumràn vissuto nel II sec. a.C., diventa Giacomo, vissuto due secoli più tardi.

Insostenibilità della teoria.

Per giustificare questa affermazione, occorrerebbe rigettare tutte le datazioni riconosciute dei rotoli e spostarle al I secolo d.C., contro le argomentazioni paleografiche, archeologiche e contenutistiche. Secondo Eisenman, l’esame paleografico con le sue sequenze paleografiche “per quanto utili [!] sono troppo insicure per avere un reale valore in un arco di tempo così esteso”2. Baigent e Leigh, che trovarono in Eisenman un formidabile alleato per la diffusione delle loro ipotesi cospiratorie, così scrivevano nel 1991:

“Era in base a esami archeologici e paleografici accurati o presunti tali, come aveva spiegato Eisenman, che erano state stabilite e accettate le datazioni dei testi di Qumràn. Ma i documenti erano stati sottoposti a test effettuati col metodo del radiocarbonio in uso al tempo del loro ritrovamento, test molto approssimativi […] Nessun documento era stato esaminato facendo ricorso alle più recenti tecniche del carbonio 14, nonostante la datazione con il metodo del carbonio fosse stata perfezionata grazie all’uso della nuova tecnica basata sulla spettrometria di massa. Il procedimento permetteva di raggiungere risultati di grande precisione e comportava la distruzione di una minore quantità di materiale. Eisenman suggeriva, quindi che Drori [direttore dell’Israel Antiquities Authority, n.d.r.] esercitasse la propria autorità e facesse eseguire nuovi test”3.

Il libro di Baigent e Leigh uscì nel settembre 1991; nel marzo dello stesso anno Magen Broshi aveva già comunicato al Congresso su Qumràn tenutosi all’Escorial i risultati della nuova datazione ottenuta colla spettrometria. Ci si chiede: come mai i due autori trascurano di riportare questa notizia? Forse perché i risultati delle analisi furono disastrosi per la tesi di Eisenman, e confermarono tutte le datazioni che Eisenman si affannava a respingere? Egli obbiettò al risultato delle datazioni dicendo che “né lui né alcun altro estraneo fu incluso nel gruppo incaricato di maneggiare e monitorare i testi”4, dove per “estraneo”, egli intende qualcuno che non sia convinto della datazione precristiana dei testi. Il fatto è che, da questo punto di vista, gli studiosi “estranei” sono solo in due, e lui è uno dei due. Geza Vermes, esperto qumranista di Oxford, elogiato ad ogni pagina nel libro di Baigent e Leigh5, commentò la vicenda in questo modo: “Ulteriori commenti sono superflui”6. Eisenman fu dunque costretto in seguito rivedere alcune sue posizioni: nel volume James the Brother of Jesus (1997)Giacomo non è più identificato con il Maestro di Giustizia qumranico ma continua ad essere visto come un esseno (leggi recensione).

Interpretazioni basate su letture errate dei testi.

Le datazioni di Eisenman non sono meno improbabili delle sue letture dei testi. Abbiamo citato il commentario ad Abacuc (1QpHab 9,1-2), dove egli riprende la traduzione di Dupont-Sommer. L’espressione “e orrori di funeste infermità causarono a lui, e atti di vendetta sul suo corpo di carne” viene da Eisenman riferito non a Gionata (143 a.C.) ma all’uccisione del sommo sacerdote Anano (68 d.C.), vista dai Cristiani come una punizione divina per l’omicidio di Giacomo. Inoltre, egli arriva persino a cambiare la traduzione “corpo di carne” con “carne del suo cadavere”, sebbene la parola per indicare il cadavere sia un’altra (peger, cfr. 1WM 11,1)7. Un altro esempio potrà derivare dalla lettura di 1QpHab 11,4-8:

“L’interpretazione del passo si riferisce al Sacerdote Empio, che perseguitava il Maestro di Giustizia, per inghiottirlo nell’ira della sua collera. Nel luogo del suo esilio e al tempo della festa del riposo, nel giorno dell’espiazione egli apparve loro per inghiottirli e mandarli in rovina nel giorno del digiuno, nel sabato del loro riposo”

Probabilmente ci si riferisce a Gionata, il quale nel giorno della festa dell’espiazione (che cadeva per loro in due giorni diversi, perché usavano calendari diversi) si recò a Damasco o a Qumràn in cerca del Maestro di Giustizia, nel luogo in cui egli si era ritirato in esilio.

Eisenman applica il passo a Giacomo, traduce beth galuto ("luogo dell’esilio") con “luogo del nascondiglio”, anche se Galuto significa "esilio", "deportazione", considerando Gerusalemme un luogo di nascondiglio; nel Rotolo della Guerra galut viene usato invece per indicare l’esilio dei Figli della luce nel deserto (1QM 1,3), proprio in contrapposizione a Gerusalemme. Il fatto che Giacomo si sia nascosto (o sia andato in esilio) a Gerusalemme, cosa che non è attestata in nessun luogo, diventa un assioma.

Paolo apostolo, da parte sua, diviene un agente collaborazionista romano, l’Uomo della Menzogna citato nei manoscritti (identificato di solito con Giovanni Ircano I)8.

Pubblicazioni di Eisenman.

Il nome di Eisenman è legato al meritevole sforzo per ottenere la pubblicazione (almeno fotografica) dei manoscritti ancora inediti; egli stesso ne curò un’edizione di questo tipo (che attirò molte critiche) nel 19919.

Nel 1992 egli pubblicò, assieme a Michael Wise, professore di aramaico alla Chicago University, una raccolta di 50 testi di Qumràn, intitolandola The Dead Sea Scrolls Uncovered. The First Complete Translation and Interpretation of 50 Key Documents Withheld for Over 35 Years (Rotoli di Qumràn svelati. La prima completa traduzione ed interpretazione di 50 documenti-chiave nascosti per oltre 35 anni); il volume è stato anche tradotto in italiano10. In realtà, anche se viene falsamente affermato che si tratta di testi inediti, solo venti di essi costituiscono un lavoro inedito, come è stato evidenziato in una recensione dell’opera da parte di F. García Martínez, segretario della Revue de Qumràn11; talora, la paternità di alcune interpretazioni non è riportata, ma presentata come opera degli autori, i quali affermano di aver operato “senza dipendere dal lavoro di alcun altro”12.

Uso improprio del lavoro altrui.

L’uso del lavoro di vari specialisti, senza autorizzazione e referenza, ricavato dal materiale spesso presentato in convegni, in attesa di pubblicazione o distribuito in bozze preliminari, ha attirato la reazione di un gruppo di qumranisti, che condannarono in una dichiarazione congiunta “l’uso scorretto da parte degli autori di materiale recentemente messo a disposizione e […] la loro disonestà nel riferirsi alla ricerca precedente”13.

Nelle ricostruzioni si nota indubbiamente il prezioso lavoro di Michael Wise, che si è occupato prevalentemente della trascrizione e traduzione dei testi. Egli mostra, anche altrove, di dissociarsi da molte delle tesi di Eisenman14, ma in quale misura non è chiaro15. In seguito alle critiche mosse dai colleghi, Wise si scusò pubblicamente per questo scorretto uso del lavoro altrui16; alcune sue correzioni in tal senso, però, non poterono essere riportate nella traduzione italiana del volume, perché ciò fu impedito da Eisenman17.


1 R. EISENMAN, Maccabees, Zadokites, Christians and Qumràn: A New Theory of Hypothesis of Qumràn Origin, Leiden, 1983; James the Just in the Habakkuk Pesher, Leiden, 1986. Il volume The Dead Sea Scrolls and the First Christians, Shaftesbury, Element, 1996, riporta alcuni suoi interessanti saggi comodamente riuniti.

2 R. EISENMAN - M. WISE, Manoscritti Segreti di Qumràn, Casale, 1994, p. 12.

3 M. BAIGENT – R. LEIGH, Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo, Milano, 1997, pp. 94-95.

4 In Biblical Archeology Review XVII/6 (1991), p. 72.

5 M. BAIGENT – R. LEIGH, Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo, Milano, 1997, ad esempio pp. 78-79.

6 G. VERMES, Brother James’s Heirs?, in «Times Literary Supplement» del 4 dicembre 1991, p. 6.

7 R. EISENMAN, Playing on and Transmuting Words. Interpreting Abeit-Galuto in the Habakuk-Pesher, in Z. J. KAPERA (a cura di), Papers on the Dead Sea Scroll in Memory of Jean Carmignac, Cracovia, 1991, pp. 177-196; anche in The Dead Sea Scrolls and the First Christians, Shaftesbury, Element, 1996, pp. 247-271. Questo articolo, presentato alla conferenza di Groeningen del 1989, era stato rifiutato dalla nota Revue de Qumran che ne aveva pubblicati gli atti.

8 Cfr. M. BAIGENT – R. LEIGH, Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo, Milano, 1997, pp. 223-226.

9 R. EISENMAN – J. M. ROBINSON (a cura di), A Facsimile Edition of the Dead Sea Scroll, Washington, 1991.

10 Manoscritti Segreti di Qumràn. Tradotti e interpretati i Rotoli del Mar Morto finora tenuti segreti. I 50 documenti chiave che fanno discutere l’esegesi biblica mondiale, Casale, 1994.

11 F. GARCÍA MARTÍNEZ, Notas al margen de “The Dead Sea Scrolls Uncovered”, in «Revue de Qumràn» LXI (1993), pp. 123-150 (elenco a p. 134).

12 R. EISENMAN – M. WISE, Manoscritti Segreti di Qumràn, Casale, 1994, p. 4.

13 Dichiarazione riportata in F. GARCÍA MARTÍNEZ, Notas al margen de “The Dead Sea Scrolls Uncovered”, in «Revue de Qumràn» LXI (1993), pp. 145-148.

14 M. O. WISE, A Statement of the Book “The Dead Sea Scroll Uncovered”, in The Qumràn Chronicle II, Cracovia, 1993, p. 147 e pp. 148-152.

15 Ad esempio si esprime poco chiaramente riguardo alla datazione e al carattere dei manoscritti in M. WISE, Dead Sea Scrolls, in J. B. GREEN – S. McKIGHT, Dictionary of Jesus and the Gospels, Leicester, 1992, p. 146.

16 Dichiarazione riportata in F. GARCÍA MARTÍNEZ, Notas al margen de “The Dead Sea Scrolls Uncovered”, in «Revue de Qumràn» LXI (1993), p. 148.

17 Come afferma il curatore italiano Elio Jucci, Manoscritti Segreti di Qumràn, Casale, 1994, p. 4.

Barbara Thiering:
Gesù e Giovanni Battista a Qumràn?

Thiering: il Sacerdote Empio è Gesù di Nazareth.

La tesi più sbalorditiva su Qumràn è stata sostenuta a partire dal 1979 da Barbara Thiering, un tempo della Sydney University1. Come Eisenman ritiene che il Maestro di Giustizia non sia da ricercarsi nel II secolo a.C., e considera la datazione corrente dei manoscritti “uno dei più gravi errori della scienza contemporanea”2. Ma diversamente da Eisenman, egli crede che sia Giovanni Battista; il Sacerdote Empio quindi diviene Gesù di Nazareth, che è anche l’Uomo di Menzogna (i due nomi indicherebbero la stessa persona)3. La Thiering crede che i manoscritti del Mar Morto rivelino che Gesù era un esseno che visse a Qumràn; nel settembre dell’anno 30 sposò la Maddalena, e poi un’altra donna. Egli non morì sulla croce, sulla quale, narcotizzato, era stato innalzato assieme a Simon Mago e Giuda lo Zelote vicino al Mar Morto, ma ne venne portato via all’ultimo momento. All’età di 60 anni venne infine a Roma, per morirvi alla biblica età di 70 anni4.

Errori.

Anche la Thiering è costretta a rigettare tutte le datazioni paleografiche, archeologiche e radiocarboniche dei manoscritti; non diversamente da Eisenman, deve operare alcune letture in modo ancor più improponibile. La notizia secondo cui il Sacerdote Empio avrebbe regnato su Israele (1QpHab 8,9 ss.), che fa subito pensare ad un membro della stirpe asmonea che assunse in sé il sacerdozio ed il regno, viene interpretata in questo modo: il Sacerdote Empio (Gesù) fece da “guida” per i laici della comunità di Qumràn. Il verbo “regnare” diventa “guidare”, ed “Israele” diventa una parte degli abitanti di Qumràn. La Thiering cercò di dar credito alla sua tesi sostenendo che “in nessun rotolo manoscritto esiste alcun sommo sacerdote asmoneo”; invece, proprio nei frammenti della grotta 4 pubblicati da Eisenman ne vengono citati esplicitamente alcuni5.

In altri casi, la Thiering sposta di un secolo avvenimenti certi: la crocifissione nell’88 a.C. di 800 Farisei comandata da Alessandro Janneo (4QpNah 1,6-8; Bellum Iudaicum I, 92) la attribuisce a Pilato (cosa impossibile, cfr. Flavio Giuseppe Antiquitates XVIII, 55-59; Bellum II, 169-174).

La fantasia al galoppo: la “vera” storia di Gesù che nessuno conoscerebbe.

Nel suo libro Jesus and the Riddle of the Dead Sea Scrolls6, definito dal prof. Otto Betz “un’impostura non soltanto per la fede cristiana, ma anche per la scienza seria”7, la Thiering ci fornisce sorprendenti informazioni: per quanto riguarda il Giovanni Battista – Maestro di Giustizia, la Thiering addirittura arriva ad affermare che nacque il 16 settembre dell’8 a.C. da Elisabetta, per poi prendere la guida della comunità di Qumràn; ella stravolge l’insegnamento del Battista e ne fa uno Zelota di spirito nazionalista.

Per Gesù, l’autrice crede di aver trovato la chiave interpretativa dei Vangeli (persa da 2000 anni, finora). Gesù era un uomo buono, di piccola statura, con lunghi capelli e barba. Il suo atteggiamento aperto e pacifico irritò l’ala intransigente di Qumràn che lo identificò come Sacerdote Empio e Uomo di Menzogna. Egli nacque nel 7 a.C. non lontano da Qumràn; a 12 anni entrò nella comunità di Qumràn, e fu inserito nell’ordine nel 17 d. C; il padre Giuseppe morì nel 23 d.C.. Il suo battesimo provocò uno scisma tra gli Esseni (rappresentato dai vangeli con l’apertura del cielo, Mc 1,10), a motivo del quale Gesù scelse dodici Apostoli e si separò da Giovanni (a capo degli Apostoli c’era Giuda Iscariota). Sposata la Maddalena nel 30, si presentò nei panni del sommo sacerdote nel 32 (è la Trasfigurazione di Mc 9,2). Schieratosi con gli Zeloti, fece ritorno a Qumràn a cavallo di un mulo nel marzo del 33. Tradito da Giuda, fu catturato a Qumràn da Pilato e crocifisso con Simon Mago e Giuda lo Zelote vicino al Mar Morto (viene anche fornita la foto del luogo dell’esecuzione!); stordito da un narcotico, fu calato dalla croce in stato di incoscienza, portato nella grotta 7 di Qumràn e ridestato con erbe terapeutiche. Gesù ebbe poi dalla Maddalena due figli, una nel 36 e uno nel 37, di nome Giusto. Nel 50 sposò in seconde nozze la commerciante di porpora Lidia di Filippi, prima di recarsi a Roma nel 61 con Paolo. All’età di settant’anni, a Roma o a sud della Francia, Gesù morì. Nel nuovo libro Jesus of the the Apocalypse ella utilizza allegramente il racconto dell'apocalisse per spiegare particolari della vita di Gesù8.

La Thiering afferma di aver scoperto una chiave interpretativa dei testi alla luce della quale (metodo pesher) ella può ricostruire addirittura con precisione di minuti, la vita di Gesù. Ci si spinge addirittura a cambiare le date dei vangeli: quello di Giovanni, datato comunemente alla fine del I secolo e considerato l’ultimo, diventa il primo, scritto nel 37 d.C. nientedimeno che da Gesù stesso.9

Un libro insensato.

Le tesi della Thiering, come già avvenuto con Allegro, Baigent - Leigh ed Eisenman, furono diffuse dai mezzi di comunicazione di massa, mentre la recensione del suo libro sulla Biblical Archaeology Review veniva intitolata “Recensione ad un libro insensato”. L’autore della recensione, l’ebreo Hershel Shanks, scrisse: “Il vero mistero è come abbia potuto decidersi l’Harper di San Francisco, nota generalmente per libri seriamente scientifici, a pubblicare questo pesante volumone. Senza dubbio la risposta ha qualcosa a che fare con ciò che stava sui tavoli rovesciati da Gesù”10. Certamente, è ciò che accomuna questo libro a tutti quelli, di simil genere, di cui abbiamo trattato finora.


1 B. THIERING, The Teacher of Righteousness, Sydney, 1979.

2 B. THIERING, Can the Hasmonean Dating of the Teacher of Righteousness be Sustained?, in Z. J. KAPERA (a cura di), Papers on the Dead Sea Scroll II, Cracovia, 1991, p. 110.

3 Cfr. The Gospels and Qumràn. A New Hypothesis, Sydney, 1981.

4 B. THIERING, Jesus The Man: A New Interpretation From the Dead Sea Scrolls, New York, 1992.

5 R. EISENMAN – M. WISE, Manoscritti Segreti di Qumràn, Casale, 1994, p. 119 ss.

6 B. THIERING, Jesus and the Riddle of the Dead Sea Scrolls, San Francisco, 1992.

7 O. BETZ – R. RIESNER, Gesù, Qumràn e il Vaticano. Chiarimenti, Roma, 1995, p. 165.

8 B. THIERING, Jesus of the Apocalypse. The life of Jesus After the Crucifixion, Sydney, 1995

9 B. THIERING, The Book that Jesus wrote: John's Gospel, London, 1998.

10 Biblical Archaeology Review XVIII/5 (1992), p. 69 ss. L’autore si riferisce all’episodio narrato in Gv 2, 13-17, quando Gesù, entrato nel Tempio, scacciò i mercanti “e sparpagliò le monete dei cambiavalute, rovesciando tutte le loro tavole”.

Frammenti del Vangelo o delle lettere di Paolo a Qumràn?

Un’ipotesi seria: O’ Callaghan

Nessun frammento ritrovato a Qumràn è attribuibile con certezza al Nuovo Testamento. Tuttavia, non sono mancate le ipotesi di attribuzione di questo genere per quanto riguarda alcuni frammenti greci della grotta 7Q. È necessario distinguere subito queste proposte dalla pura ricerca dell’effetto che caratterizzava le teorie di Wilson, Allegro, Baigent e Leigh, Eisenman e Thiering: nel presente caso, si tratta di serie proposte introdotte nel dibattito scientifico.

Il papirologo gesuita José O’ Callaghan, allora professore di papirologia nel Pontificio Istituto Biblico di Roma, poi direttore del seminario papirologico in Sant Cugat del Vallès (Barcellona) fino alla morte, si occupò di alcuni frammenti greci della grotta 7, esplorata nel 1955, la cui edizione risale al 1962, già paleograficamente datati ad un periodo precedente l’anno 50 d.C.1. Di diciannove frammenti, solo due erano stati attribuiti (7Q1 e 7Q2) alla Bibbia greca dei LXX.

O’ Callaghan, dopo aver inutilmente tentato un’attribuzione ai LXX facendo uso dei nuovi strumenti informatici, tentò per curiosità una verifica sul Nuovo Testamento, e credette di poter identificare in tal modo nove frammenti, con diverso grado di probabilità, due dei quali considerò più «sicuri»: 7Q4 (1 Timoteo 3,16 – 4,1.3) e 7Q5 (Marco 6,52-53). I risultati delle sue attribuzioni, dopo una certa incertezza, furono pubblicati nella prestigiosa rivista del Pontificio Istituto Biblico, Biblica, nel 1972, e poi riproposti fino ai giorni nostri2.

Se tale attribuzione fosse vera comporterebbe, come conseguenza più clamorosa, la conferma delle ipotesi di una datazione alta della redazione dei vangeli e delle lettere paoline, precedente e non successiva all’anno 50 d.C., già sostenuta contro l’opinione corrente, per quanto riguarda i vangeli, da studiosi quali Jean Carmignac3 e John A. T. Robinson4.

Thiede rilancia la discussione.

Per molti esperti, la questione venne considerata chiusa quando alcuni stimati studiosi si schierarono contro queste attribuzioni, soprattutto Kurt Aland a Münster5 e Maurice Baillet, il primo editore dei testi6, sebbene altri fossero favorevoli. Tuttavia nel 1984 il prof. Carsten Peter Thiede, papirologo di Paderborn, difese l’attribuzione di O’ Callaghan, dandola per certa, e riaccese la discussione7. Subito alcuni si schierarono contro Thiede, rigettando completamente l’attribuzione, come Hans Udo Rosenbaum8; altri la considerarono non impossibile, ma neppure certa, come Camille Focant9. Nondimeno alcuni, tra cui la grande papirologa italiana Orsolina Montevecchi, avevano accettato l’attribuzione senza riserve10.

Ipotesi allo studio.

Nell’ottobre del 1991 venne indetto all’Università Cattolica di Eichstätt un convegno, nel quale si schierarono a favore dell’identificazione Ferdinand Rohrhirsch, Harald Riesenfeld ed Eugen Ruckstuhl, e contrariamente Camille Focant e Stuart R. Pickering; grande eco ebbe il parere favorevole di Herbert Hunger, papirologo dell’Università di Vienna11. Nel 1992 Thiede ottenne un’analisi microscopica del frammento 7Q5 che venne effettuato dal laboratorio della polizia israeliana, e ritenne confermata la lettura di una lettera avanzata da O’ Callaghan12.

Numerosi gli interventi a favore o contro O’ Callaghan e Thiede; poiché questa attribuzione, se provata, costringerebbe a riesaminare le datazioni dei vangeli, anche molti esegeti presero parte al dibattito; Padre O’ Callaghan lamentò anche alcuni attacchi eccessivi da parte di certi studiosi13.

Pertanto, si formò una sorta di divisione in due partiti: da una parte coloro che si appigliavano a questa presunta prova archeologica per rimettere in discussione le teorie diffuse sull’origine del Nuovo Testamento, dall’altra coloro che negavano il valore di questa prova, e delle sue conseguenze. Un ottimo esempio di questa contrapposizione lo abbiamo in Italia dalla pubblicazione di due volumi antologici: nel primo sono contenute esclusivamente le traduzioni di alcuni studi sull’argomento, con netta predominanza di quelli contrari alla ricostruzione di O’ Callaghan e Thiede14. Il secondo è un florilegio di contributi di vario genere, che da ampio spazio all’opinione opposta15.

Proposte differenti.

Nel frattempo, nel 1988 G. Wilhelm Nebe aveva ipotizzato che alcuni dei frammenti della grotta 7 fossero passi di un apocrifo dell’Antico Testamento a noi noto, I libro di Enoc; egli propose l’identificazione di 7Q4,1 con I Enoc 103, 3-4, di 7Q4,2 con I Enoc 98, 11, e con maggior circospezione di 7Q8 con I Enoc 103, 7-816. Padre Émile Puech dell’École Biblique di Gerusalemme accettò questa lettura di 7Q4,1, proponendo invece per 7Q4,2 l’identificazione con I Enoc 105, 117.

Ernest A. Muro18, rifacendosi a questi studi, ha proposto nel 1997 la seguente identificazione: 7Q4,1, 7Q8 e 7Q12 = Enoc 103, 3-4, 7-8; il suo articolo pubblicato sulla Revue de Qumràn fu accompagnato da un articolo di Émile Puech, nel quale egli ripropone le conclusioni di Muro, riaffermando quanto precedentemente ipotizzato e avanzando anche altre identificazioni: 7Q14 = I Enoc 103, 3-8; 7Q11 = I Enoc 100, 12; 7Q13 = I Enoc 103, 1519.

Ecco le due identificazioni di Muro-Puech e O' Callaghan messe a confronto:

Attribuzione per Ernest Muro ed Émile Puech
Attribuzione  proposta da O' Callaghan
Attribuzione per Ernest Muro ed Émile Puech Attribuzione proposta da O' Callaghan

[…] poiché cose buone, la gioia e l’onore sono state preparate e scritte per le anime dei pii defunti; ed essi gioiranno, e non moriranno le loro anime né la memoria […]

[…] ma lo Spirito delle parole dice che in tempi posteriori apostateranno alcuni dalla fede aderendo a spiriti ingannatori e ad insegnamenti di demoni […]

L’attribuzione proposta da O’ Callaghan per 7Q5, era:

Attribuzione di 7Q5 secondo O’ Callaghan Attribuzione di 7Q5 secondo O’ Callaghan

[…] infatti non avevano capito riguardo ai pani, ma era il loro cuore accecato. Ed avendo attraversato, giunsero a Genezaret ed approdarono.

La questione è ancora aperta.

Anna Passoni dell’Acqua, autrice di un trattato sul testo del Nuovo Testamento, senza prendere posizione sull’attribuzione, esprime riserve sulla datazione del frammento:

“Essa, su base sia paleografica che archeologica, è stata posta intorno al 50 d.C. […] Esistono esempi anche più tardi dello stile (detto Zierstil, cioè «ornato») a cui appartiene la grafia del documento e altri esempi potrebbero essere scoperti in seguito, e va tenuto presente che la Palestina è area periferica per la cultura greca e come tale può avere mantenuto più a lungo abitudini scribali altrove già sorpassate. Per quanto concerne l’archeologia, ci si appella innanzitutto al fatto che le grotte di Qumràn siano state chiuse nel 68 d.C. per l’arrivo delle truppe d’occupazione romane. Ma, oltre al fatto che la grotta 7 presenta una tipologia particolare (solo frammenti greci e solo papiri, il che induce a pensare ad un suo utilizzo differente) la zona di Qumràn e Feshkha presenta tracce di abitazione durante la rivolta di Bar Kocheba nel 132-135 d.C. e nessuno ci può assicurare che la grotta 7 non sia stata riutilizzata in anni successivi al 68”20.

Una difficoltà per l’attribuzione del frammento in questione al Vangelo, è data dalla sticometria, ovvero dal calcolo delle lettere che devono comporre ogni riga di papiro; se le lettere di 7Q5 fossero parti del testo di Marco, occorrerebbe accettare nel testo che riportavano la mancanza di tre parole. Infatti, il testo marciano testimoniato da tutti i manoscritti è:

Infatti non avevano capito riguardo ai pani, ma era il loro cuore accecato. Ed avendo attraversato, giunsero a Genezaret ed approdarono sulla terra.

La mancanza dell’inciso sulla terra (epì tên gên) nel nostro papiro è una difficoltà, anche se non insormontabile: non sarebbe un caso unico una lezione attestata da un solo manoscritto.

Altro problema, la lettera tau della terza riga, che dovrebbe essere un delta; anche la lettera che Thiede asserisce essere una ni, in seguito all’analisi microscopica di cui sopra, per la maggioranza dei papirologi pare non poterlo essere. In effetti essa, nella parte che ne rimane, è notevolmente diversa dalla ni che chiaramente si legge alla riga quattro. Anche altre lettere sono di dubbia lettura. Se le prove a favore della tesi di O’ Callaghan – Thiede sono deboli, numerose sono quelle contrarie21.

Come si vede, la questione non è del tutto conclusa, sebbene i sostenitori dell’ipotesi di O’ Callaghan siano, tra gli studiosi, non molti22.




1 M. BAILLET - J. T. MILIK - R. DE VAUX, Les 'petites grottes' de Qumrân, Oxford, 1962, pp. 142-146, edizione riprodotta fotograficamente in questa pagina.

2 J. O’ CALLAGHAN, Papiros neotestamentarios en la cueva 7 de Qumràn?, in «Biblica» LIII (1972), pp. 91-100; trad. ital. in F. DALLA VECCHIA (a cura di), Ridatare i Vangeli?, Brescia, 1997, pp. 11-23; Id., 1 Tim 3,16; 4,1.3 en 7Q4?, in «Biblica» LIII (1972), pp. 362-367; Id., Los papiros griegos de la cueva 7 de Qumràn, Madrid, 1974; Id., Los primeros testimonios del Nuevo Testamento, Cordoba-Madrid, 1995. L’autore ricorda gli scrupoli che precedettero la pubblicazione in alcuni interventi riportati in S. ALBERTO (a cura di), Vangelo e storicità. Un dibattito, Milano, 1995, pp. 17-18 e 81-87.

3 J. CARMIGNAC, La nascita dei vangeli sinottici, Cinisello Balsamo, 1986.

4 J. A. T. ROBINSON, Redating the New Testament?, Londra, 19783.

5 K. ALAND, Neue neutestamentliche Papyri, in «New Testament Studies» XX (1974), pp. 357-381; Id., Über die Möglichkeit der Identification kleiner Fragmente neutestamentlicher Handschriften mit Hilfe des Computers, in J. K. ELLIOTT (a cura di), Studies in the New Testament Language and Text, Leiden, 1976, pp. 14-38.

6 M. BAILLET, Les manuscrits de la Grotte 7 De Qumràn et le Nouveau Testament, in «Biblica» LIII (1972), pp. 508-516, e LIV (1973), pp. 340-350. Il primo è tradotto in italiano in F. DALLA VECCHIA (a cura di), Ridatare i Vangeli?, Brescia, 1997, pp. 71-82.

7 C. P. THIEDE, 7Q – Eine Rückkehr zu den neutestamentlichen Papyrusfragmenten in der Siebten Höhle von Qumràn, in «Biblica» LXV (1984), pp. 538-559; trad. ital. in F. DALLA VECCHIA (a cura di), Ridatare i Vangeli?, Brescia, 1997, pp. 25-52; Id., Il più antico manoscritto dei vangeli? Il frammento di Marco di Qumràn e gli inizi della tradizione scritta del Nuovo Testamento, Roma, 1987.

8 H. U. ROSENBAUM, Cave 7Q5! Gegen die erneute Inanspruchnahme des Qumràn-fragments 7Q5 als Bruchstück der ältesten Evangelien-Handschrift, in «Biblische Zeitschrift» XXXI (1987), pp. 189-205; trad. ital. in F. DALLA VECCHIA (a cura di), Ridatare i Vangeli?, Brescia, 1997, pp. 97-126.

9 C. FOCANT, Un fragment du second évangile a Qumràn: 7Q5=Mc 6,52-53?, in «Revue théologique de Louvain» XVI (1985), pp. 447-454; trad. ital. in F. DALLA VECCHIA (a cura di), Ridatare i Vangeli?, Brescia, 1997, pp. 83-96.

10 Così nel suo diffusissimo manuale, O. MONTEVECCHI, La papirologia, Torino, 1973, p. 322.

11 Atti pubblicati a cura di B. MAYER, Christen und Christliches in Qumràn?, Regensburg, 1992.

12 Cfr. C. P. THIEDE, Il papiro Magdalen. La comunità di Qumràn e le origini del Vangelo, Casale, 1997, pp. 207-209.

13 Confronta una intervista fatta nel 1995 e reperibile in internet.

14 F. DALLA VECCHIA (a cura di), Ridatare i Vangeli?, Brescia, 1997.

15 S. ALBERTO (a cura di), Vangelo e storicità. Un dibattito, Milano, 1995.

16 G. W. NEBE, 7Q4 – Möglichkeit und Grenze einer Identifikation, in «Revue de Qumràn» XIII (1988), pp. 629-633.

17 É. PUECH, Notes sur les fragments grecs du manuscrit 7Q4 = 1 Hénoch 103 et 105, in «Revue Biblique» CIII (1996), pp. 592-600; trad. ital. in F. DALLA VECCHIA (a cura di), Ridatare i Vangeli?, Brescia, 1997, pp.149-162.

18 E. A. MURO, The Greek Fragments of Enoch from Qumràn cave 7 (7Q4, 7Q8 & 7Q12 = 7QEn gr = Enoch 103:3-4, 7-8), in «Revue de Qumràn» LXX (1997), pp. 307-312, anche in linea.

19 É. PUECH, Sept fragments grecs de la lettre d’Hénoch (1 Hén. 100,103 et 105) dans la grotte 7 de Qumràn (=7QHéngr), in «Revue de Qumràn» LXX, pp. 313-323. C'è anche una sintesi in inglese in linea.

20 Il testo del Nuovo Testamento, Torino, 1994, p. 35.

21 Una buona esposizione di queste difficoltà in G. STANTON, La verità del Vangelo, trad. ital., Cinisello Balsamo, San Paolo, 1998, pp. 34-50.

22 Per una breve rassegna dei problemi e delle soluzioni intorno a 7Q5 cfr. G. GHIBERTI, Marco a Qumran?, in «Parole di vita» XXXVII (1992), n. 2, pp. 126-132. Per una critica delle tesi di Thiede cfr. G. RAVASI, Matteo fu davvero testimone oculare?, in «Il Sole 24 ore» di domenica 2. 6. 1996, p. 21. Sull’argomento si veda inoltre la recente raccolta di studi dedicata appunto a «Il Vangelo di Marco e Qumran» in Marco e il suo Vangelo. Atti del Convegno internazionale di studi «Il vangelo di Marco». Venezia, 30-31 maggio 1995, a cura di L. CILIA, Cinisello Balsamo (Milano), San Paolo, 1997, pp. 117-156, con contributi di J. O’ Callaghan, C. P. Thiede, G. Ghiberti, J. Carrón e J.G. Núñez. Un ultimo intervento a favore dell'attribuzione a Marco è J.M. VERNET, in «Rivista Biblica» XLVI (1998), pp. 43-60. In linea, a favore dell'attribuzione marciana, un saggio di R.P. MASSANA, Acerca de una reciente publicación de José O'Callaghan sobre los papiros de la cueva 7 de Qumrán, in «Filología Neotestamentaria» IX (1996), pp. 51-60.







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