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Documento: Codice da Vinci: vittima e carnefice di una sconfitta culturale - 2
Messo in linea il giorno Venerdì, 13 aprile 2007
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I Vangeli canonici e Costantino

La conversione dell’imperatore Costantino è un altro tra i temi delicati e più dibattuti della storia del cristianesimo. Come per i retaggi pagani, anche per questo tema è necessario un inquadramento storico che renda conto del panorama culturale del tempo (inizio del IV secolo)[1].

Gli imperatori romani erano, oltre che detentori del potere assoluto[2], anche i primi depositari della religione di Stato, essendo pontefici massimi; inoltre, già nella deificazione del padre (Giulio Cesare) e nel soprannome che aveva adottato per sé, Augusto[3], Ottaviano aveva introdotto l’idea di un legame tra il principe e la sfera divina che andava ben oltre la semplice benevolenza. La maturazione dell’idea di partecipazione dell’imperatore all’essenza divina si ebbe con Diocleziano, che assunse il soprannome di Iovius (Massimiano, cooptato come secondo imperatore al trono, assunse quello di Erculius): un’idea di matrice orientale, che vede nell’imperatore (sulla terra) il corrispettivo della divinità (in cielo). In questa veste Costantino partecipò al concilio di Nicea, e per lui era normalissimo prendervi parte.Busto dell'imperatore Costantino, musei capitolini

Nel corso del tempo, inoltre, gli imperatori sempre più avevano fatto proprie alcune consuetudini e parti del cerimoniale di origine orientale, come il vestire la porpora, l’esigere la proskynesis (cioè che i sudditi si inginocchiassero davanti a loro), e l’adottare paramenti e simboli sacrali. Infine, anche la religione politeista pagana stava raggiungendo una nuova maturità speculativa, ricca di influssi orientali e tendente al monoteismo, come testimonia ad esempio la filosofia neoplatonica.

In questo contesto va inquadrata la conversione di Costantino (che si fece battezzare in punto di morte[4], ma che aveva presto abbracciato una fede filoariana): l’imperatore, conscio ormai della grande diffusione della religione cristiana, decise di legittimarla. Secondo una consuetudine che affondava le radici alle origini di Roma, anche in questo caso si verificò un processo di integrazione del cristianesimo nella prassi del culto romano. Non si pensi a un’azione calcolata; la mentalità romana, e in questo caso quella imperiale di Costantino, non poteva vivere altrimenti la situazione. Ancor più nel caso del cristianesimo, dove il monoteismo e i simboli religiosi si adattavano perfettamente all’ideologia imperiale: la corona di raggi di sole e lo scettro con cui si faceva rappresentare Costantino, infatti, rappresentavano la sintesi della cultura e della pietà tardo antiche. Semplificando, si può dire che per i pagani Costantino era Giove, per gli orientali il dio Sole, per i cristiani... l’imperatore cristiano[5].

Indicativa di questa visione mutata della religione è l’epigrafe dedicatoria incisa sull’arco di Costantino, eretto a celebrazione della vittoria su Massenzio, in cui, al posto dei nomi di dei del pantheon romano, si legge un generico instinctu divinitatis, “per ispirazione divina”.

È importante sottolineare, per dare maggior corpo a questo discorso, che l’imperatore Costantino non fece del cristianesimo la religione di stato[6]: ne legittimò il culto, ossia consentì ai cristiani dell’Impero di professare la loro religione liberamente, come i pagani adoravano le loro divinità. Questo è il contenuto del cosiddetto “editto di Milano” del 313, anno in cui tradizionalmente si fissa la fine del periodo delle persecuzioni e dei martiri cristiani.

Capitolo 55, pagina 235:

“Mia cara” spiegò Teabing “fino a quel momento storico, Gesù era visto dai suoi seguaci come un profeta mortale: un uomo grande e potente, ma pur sempre un uomo. Un mortale. […] Lo statuto di Gesù come «figlio di Dio» è stato ufficialmente proposto e votato dal concilio di Nicea”.

Nell’anno 325 Costantino aveva programmato il concilio di Nicea, una città scelta per la vicinanza con la propria residenza di Nicomedia, in modo da esserne protagonista esclusivo, in qualità di presidente e moderatore[7]. Eusebio di Cesarea, storico della Chiesa e biografo di Costantino, ci racconta nel dettaglio gli avvenimenti e il comportamento dell’imperatore[8].

Il motivo della convocazione era la preoccupante divisione tra le chiese, in particolare a causa dell’eresia ariana, che negava la piena divinità del Figlio[9].

Il tema dibattuto si inserisce in una più ampia discussione sulla Trinità, che aveva creato all’interno dei cristiani diverse correnti di pensiero, alcune delle quali furono qualificate come non ortodosse[10]. Come si vede, i dibattiti teologici e in particolare trinitari erano all’ordine del giorno nella vita dei cristiani dei primi secoli. Ma questo non significa che tutti negassero la divinità del Figlio, anzi: erano proprio i diversi modi di concepire questa divinità a scatenare controversie così accese da provocare la nascita di nuove sette che già allora (e anzi da prima[11]) venivano definite eretiche.

Le dispute riguardanti tematiche religiose, dai più pratici problemi di condotta (si pensi a Pietro e Paolo e alla controversia sull’osservanza) sino ai dibattiti dottrinali, sono stati sentiti come cruciali e cogenti sin dalle origini del cristianesimo. “Il cristianesimo delle origini è una realtà complessa e variegata, difficilmente riconducibile a un minimo comun denominatore che non sia la fede nella messianicità di Gesù” (Filoramo). Il gran numero di sette, correnti di pensiero e pratiche diverse ha portato alla formazione di un canone (precedente quello biblico) di testi accomunati dal tema centrale della passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo: siamo alla fine del I secolo, molto prima di Costantino.

I testi ortodossi, ovvero “che seguono la retta opinione” sono stati scelti per il canone biblico in base a un criterio teologico (ossia sono ritenuti divinamente ispirati), e si contrappongono alle idee e agli scritti eterodossi, ossia “che seguono l’altra opinione” (quella errata); questa selezione non nasce da un giorno all’altro, ma segue uno sviluppo coerente che inizia nel II secolo e si conclude alla fine del IV[12]. I testi non inclusi nel canone, che sono molto diversi tra loro per origine e contenuto, sono anche detti apocrifi, che oggi è un sinonimo di “falsi”, ma che letteralmente significa “nascosti”, “segreti” (dal greco apokrypto). Erano infatti testi esoterici, destinati cioè a un pubblico di iniziati, che ritenevano di avere una conoscenza più profonda della religione rispetto ai fedeli comuni. Alle origini del cristianesimo esisteva questa dimensione esoterica della religione, come testimoniano per esempio gli gnostici, che si ritenevano i detentori della vera, piena conoscenza del messaggio di Gesù.

I testi apocrifi, che secondo Brown la Chiesa avrebbe eliminato dalla faccia della terra (tra l’altro non riuscendo pienamente neppure stavolta, come nel caso dello sterminio dei discendenti di Gesù), non solo non sono mai stati bruciati (e qui torna imperante l’idea di una Chiesa “medievale” di Brown) ma venivano letti e utilizzati ancora lungo tutto il Medioevo, nonostante che non fossero canonici (si pensi ad esempio a mistici come Ildegarda di Bingen o Ubertino da Casale).

È importante infine sottolineare che i testi scelti per il canone non sono stati modificati in funzione della dottrina di cui, secondo le intenzioni “della Chiesa”[13] sarebbero dovuti essere forieri: sono semplicemente quelli che, per usare un’immagine televisiva, hanno superato la “prova dell’ortodossia”[14].

Per tornare all’umanità di Gesù, non è possibile affermare che i Vangeli canonici come anche altri scritti apocrifi vedessero in Gesù solamente un uomo o negassero la sua divinità prima del 325[15].

Il concilio di Nicea, nel quale Costantino perseguì un intento di conciliazione e mediazione tra le parti e dove non si propose affatto uno “statuto di divinità” per Gesù Cristo, si concluse con una definizione precisa la natura della Trinità, espressa nel “credo niceno”.

Nonostante che alla fine della sessione ci fossero stati l’approvazione della professione di fede e l’esilio di Ario, nonché la scomunica degli unici due vescovi che avevano votato contro[16], l’arianesimo continuò a fare proseliti, e la controversia non cessava di infuriare[17].

Ci vollero 56 anni per porre fine all’eresia ariana: il concilio di Costanza del 381 modificò in alcuni punti la professione di fede nicena, dando origine al Credo, detto appunto niceno-costantinopolitano, che si pronuncia ancora oggi in chiesa dopo l’omelia[18].


[1] Un ottimo volume sull’argomento e quello di A. Marcone, Pagano e cristiano. Vita e mito di Costantino, Roma-Bari, 2002.

[2] Il delicato equilibrio tra la figura del principe e quella del senato si è ormai frantumato, e la legittimazione del principe arriva dall’alto. Il popolo può ancora fornire un sostegno attraverso manifestazioni di consenso e acclamazioni, ma l’imperatore ormai decide e agisce in nome del senatus populusque romanus solo formalmente.

[3] Il soprannome ha connotazioni di grandezza (dal latino augeo), e di benevolenza trascendente connessa allo spirito profetico (da augur). Cfr. A. Marcone, Pagano e cristiano…, cit., pag. 176.

[4] Nell’ultima fase della sua vita Costantino aveva intensificato le manifestazioni di sollecitudine religiosa, facendo costruire numerosi luoghi di culto, come testimonia il viaggio in Terrasanta della madre Elena (A. Marcone, Pagano e cristiano…, cit., pagg. 172-173). Non si dimentichi inoltre che l’imperatore aveva spostato la capitale da Roma all’antica Bisanzio, che diventò Costantinopoli, una città completamente nuova nella quale Costantino aveva piena libertà di espressione e costruzione. Costantinopoli era una nuova Roma (posizionata su dei colli, aveva la stessa struttura e gli stessi monumenti principali dell’Urbe), dove però trovavano spazio anche edifici e monumenti cristiani senza che il Senato potesse storcere il naso (R. Krautheimer, Tre capitali cristiane. Topografia e politica, Torino, 1987, pagg. 61-105).

[5] Costantino aveva fatto collocare nella chiesa dove sarebbe stato sepolto dodici cenotafi rappresentanti gli apostoli: con la posizione centrale del suo sarcofago, avente 6 cenotafi da un lato e sei dall’altro, otteneva il riconoscimento di “imperatore isoapostolo”, come un “vescovo universale”. Un’altra ipotesi vede nella posizione centrale del sarcofago la volontà di Costantino di presentarsi addirittura come figlio di Dio: un’idea neanche tanto balzana, se si pensa che era ormai consuetudine che, alla sua morte, l’imperatore venisse deificato e che, in vita, si considerava in sostanza un semidio (come evidenzia l’iconografia imperiale). Alla sua morte, peraltro, Costantino conservava ancora la sua carica di pontefice massimo (cfr. A. Marcone, Pagano e cristiano…, cit., pagg. 92-97, 171, 173). Naturalmente, ai cristiani non veniva neppure in mente di considerare la cosa da questo secondo punto di vista.

[6] Questo accadrà una settantina di anni dopo, con l’editto di Tessalonica del 380 voluto dall’imperatore Teodosio I (379-395 d.C.), il quale dall’anno successivo promulgò anche una serie sempre più severa di leggi antipagane.

[7] Marcone, Pagano e cristiano…, cit., pagg. 127-129.

[8] Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino III, 10-13.

[9] Storia del cristianesimo. L’antichità, cit., pag. 296.

[10] Ibidem, pagg. 344-345.

[11] San Paolo (1Cor 11, 19) parla di haereses, divisioni, e siamo nel pieno I secolo. Come lui anche Clemente Romano (ca 96 d.C.), preoccupato per i contrasti nella comunità cristiana. Ma sono Ignazio di Antiochia (ca 110 d.C.) e la coeva Prima Lettera di Pietro a parlare per la prima volta di eresia (hairesis), un termine destinato a molta fortuna. Ibidem, pagg. 182-183.

[12] Storia del cristianesimo. L’antichità, cit., pagg. 156-157. Sulla storia del canone, vedi la trattazione contenuta in questo sito.

[13] Dan Brown, in effetti, anche quando si riferisce alle comunità cristiane delle origini, parla della “Chiesa” come di un’entità da sempre compatta e gerarchizzata, quasi fosse nata già formata da preti, vescovi e papi, e con la chiara idea di costringere il mondo a una falsa credenza allo scopo di acquisire potere.

[14] Dan Brown a pagina 251 parla degli apocrifi come di “vangeli non modificati”.

[15] Cfr. ad esempio Mt 3, 17; Mc 1, 11; Lc 3, 22; Gv 1, 34; At 9, 20; Rm 1, 3; 1Cor 1, 9 e molti altri luoghi del Nuovo Testamento (i vangeli sono stati composti entro il I sec. d.C., come anche le epistole paoline, che coprono il periodo dalla fine degli anni Quaranta al 56). Anche negli apocrifi è dichiarata la divinità di Gesù: si guardino i vangeli dell’infanzia, o quello di Nicodemo.

[16] I partecipanti al concilio erano circa trecento. È questa la “ristretta maggioranza” con cui Costantino avrebbe imposto la fede cristiana secondo Dan Brown.

[17] Emblematica di quest’epoca è la figura di Atanasio, vescovo di Alessandria, il nemico più acerrimo degli ariani, che però venne in seguito esiliato dallo stesso Costantino, il quale, stanco dell’inestinguibile conflitto dottrinale, aveva alla fine riabilitato la figura di Ario, richiamandolo dall’esilio. Per approfondimenti sulla complessa questione ariana è fondamentale il volume di M. Simonetti, La crisi ariana nel IV secolo, Roma 1975.

[18] Storia del cristianesimo. L’antichità, cit., pag. 298.




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