Benvenuto a Christianismus - studi sul cristianesimo
Cerca
Argomenti
  Area utenti Pagina iniziale ·  Novità ·  Scaricamenti ·  Collegamenti ·  Classifiche ·  Archivio  
Sezioni
· PAGINA INIZIALE
· Il Gesù della storia
  e i suoi seguaci
· Il giudaismo
· L'Antico Testamento
· Il Nuovo Testamento
· Gli apocrifi
· Qumràn
· Letteratura cristiana
  antica
· Incredibile...
  ma falso!
· Recensioni e schede bibliografiche

Christianismus


Per conoscere il progetto Christianismus

· Presentazione
· Andrea Nicolotti
· Gli autori
· I volontari
· Sostienici
· Contattaci


Recensione: James D.G. Dunn, Gli albori del cristianesimo
Messo in linea il giorno Domenica, 14 ottobre 2007
Pagina: 1/1


James D.G. Dunn, Gli albori del cristianesimo

James D.G. Dunn, Gli albori del cristianesimo. 1  Fede e Gesù storico; 2 La missione di Gesù; 3 L’acme della missione di Gesù, Brescia, Paideia, 2006-2007, traduzione di Franco Ronchi; edizione originale Christianity in the Making, Eerdmans, Grand Rapids, 2003.

Recensione a cura di Armando Rolla.



 

ACQUISTA ONLINE

 

ACQUISTA ONLINE

 

ACQUISTA ONLINE

Sostieni il progetto Christianismus

Penso di non sbagliarmi se affermo che ben pochi neotestamentaristi attuali avrebbero il coraggio e la tenacia del neotestamentarista inglese James Dunn. Infatti questo professore emerito di teologia dell'Università di Durham in Inghilterra ha in cantiere ben tre volumi che vorrebbero essere "il tentativo di fornire una rappresentazione e un'analisi integrata, sia storica e teologica sia sociale e letteraria, dei primi centovent'anni più o meno di cristianesimo (27-150 d.C.)" (p. 24). Il primo volume, pubblicato in inglese nel 2003, che s'occupa di Gesù come è stato ricordato dai discepoli (vedi il titolo "La memoria di Gesù"), abbraccia ben 1019 pagine. Di fronte a tanta mole, l'editrice Paideia, al fine di renderlo più maneggevole, lo ha ripartito nei tre volumi qui presentati per complessive 1070 pagine.

L'autore stesso s'è premurato di fornirci la descrizione sintetica del primo volume della sua trilogia, interamente dedicato a Gesù. Esso consta di cinque parti così strutturate: "La prima parte esamina quella che è diventata universalmente nota come ‘ricerca sul Gesù storico’, illustrando le intuizioni fondamentali racimolate nel corso di una ricerca bicentenaria e chiedendosi se e in quale misura queste siano ancora valide. In questa parte si mostra come le tradizioni dei Vangeli forniscano un'immagine chiara del Gesù ricordato perché esse espongono con sufficiente nitore, ai nostri scopi immediati, gli effetti che Gesù ebbe sui suoi primi seguaci. La seconda parte valuta le fonti disponibili servendosi degli studi archeologici e sociologici più recenti [...]. La terza, quarta e quinta parte mirano poi a una visione generale della missione di Gesù (come viene ricordata dai primi seguaci), affrontandone i temi principali, alcuni molto, altri sorprendentemente meno controversi, passando successivamente a trattare, com'è ovvio, la questione di che cosa gli ascoltatori pensassero di Gesù, che cosa egli abbia pensato di se stesso e perché sia stato crocifisso. Il volume si conclude discutendo di come e perché sorse la convinzione che Gesù fosse stato risuscitato e a quali intenti ciò desse corpo" (p. 24).

Dei diciannove capitoli che compongono l'intera opera il più importante e il più originale è l'ottavo, perché qui è approfondita l'idea che affiora di continuo negli altri capitoli e costituisce l'angolo visuale con cui l'autore ha affrontato la sua ricerca. Essa è l'idea della tradizione che viene presentata nel titolo sotto la forma di "memorie di Gesù".

Ecco alcune affermazioni in merito dell'autore stesso. "Gli studiosi del XXI secolo devono prendere maggiormente sul serio dei loro predecessori del XX secolo sia che l'Israele del I secolo era una civiltà orale sia che la tradizione di Gesù si sviluppò in forma orale lungo tutte le due prime generazioni cristiane (e oltre), prima dei vangeli scritti e a fianco di questi, Q compreso" (p. 176); "Tutto ciò di cui si può disporre sono le impressioni che Gesù fece, il Gesù ricordato. Ciò su cui insisto e che al riguardo mi distingue dai ricercatori precedenti è 1) l'affermazione che è possibile risalire ai primissimi effetti suscitati da Gesù, suscitati da eventi e insegnamenti conservati nella tradizione di Gesù. Ciò è possibile 2) perché questi effetti si tradussero sin dal principio in tradizione della comunità; la tradizione non solo testimonia degli effetti suscitati da Gesù, ma è essa stessa parte degli effetti che Gesù suscitò in coloro che egli aveva chiamato al discepolato. E 3) il carattere orale del processo di tradizione (trasmissione) significa che nelle e mediante le varianti da esecuzione della tradizione percepibili nella tradizione sinottica è ancora possibile ascoltare le storie che agli inizi furono raccontate su Gesù e sugli insegnamenti di Gesù, le quali all'inizio attrassero i tradenti nel discepolato e tennero vive le chiese nei primi anni della loro vita comunitaria di discepoli" (p. 346); "Desidero insistere sulla tesi a) che singole tradizioni e gruppi di tradizioni all'inizio furono quasi certamente formulate e circolarono oralmente; b) che la maggior parte di queste tradizioni prese la forma che perdurò fino ai vangeli sinottici durante la fase orale e c) che gli evangelisti, compresi Matteo e Luca, probabilmente conoscevano molte di queste tradizioni orali indipendentemente dalla loro conoscenza di raccolte scritte, compresi Marco e Q. Credo, inoltre, d) che nelle costanti e nelle varietà della tradizione si possano rintracciare gli elementi stabili e le varianti delle esecuzioni e rinarrazioni della tradizione e non semplicemente la dipendenza letteraria e la redazione dei successivi estensori della tradizione. Nelle costanti si mostra l'identità della tradizione, nelle diversità la sua vitalità" (p. 353).

A scanso di equivoci Dunn s’affretta a precisare: "Non s’intende negare o minimizzare il fatto che la tradizione si è sviluppata, che ci sono state aggiunte di fede, che le rinarrazioni postpasquali hanno comunicato una fede postpasquale, che durante il processo di trasmissione la tradizione è stata rielaborata [...]. Ciò che a questo punto s'intende affermare è che la tradizione sinottica di cui disponiamo, con la sua registrazione di cose che Gesù disse e fece, testimonia una continuità tra la memoria prepasquale e la proclamazione postpasquale, una continuità di fede" (p. 148).

Rivalutando la tradizione orale, Dunn non rifiuta per nulla i risultati più sicuri acquisiti dal metodo storico-critico, fondato prevalentemente sull'esame dei vangeli scritti. Ad esempio, egli accetta la priorità del Vangelo di Marco e l'esistenza della fonte Q per la soluzione della questione sinottica. L'unica cosa che non accetta è il carattere esclusivo di questa teoria, "il presupposto che varianti tra racconti paralleli possano o debbano spiegarsi unicamente in termini di redazione letteraria" (p. 238). La sua convinzione più profonda è che "le diversità di forma e di formulazione verbale della maggior parte delle tradizioni sinottiche possano spiegarsi meglio con una simile ipotesi dell'oralità che soltanto in termini di dipendenza letteraria" (p. 354).

A mio parere i pregi di quest'opera sono molteplici. Ecco qualche esempio. La ricerca del Gesù storico non è in grado di raggiungere il Gesù terreno, il Gesù reale, perché il "Gesù storico" è solo il Gesù costruito dalla ricerca degli storici, cioè il Gesù ricordato e fatto oggetto della fede. Per Dunn "il solo Gesù che è possibile attendersi realisticamente dal dialogo critico con le fonti è il Gesù che ebbe sui discepoli l’incidenza che comprendiamo nella parola fede" (p. 142). Inoltre Dunn rivaluta il giudaismo pluralistico del secondo tempio che, in passato, era stato ridotto ad un fenomeno religioso monolitico, prevalentemente legalistico e formalistico, il cosiddetto giudaismo farisaico-rabbinico. Parimenti egli afferma energicamente la giudaicità di Gesù.

Soprattutto Dunn ha il merito di evidenziare l'attendibilità storica (almeno sostanziale e spesso in maniera prudente) di molti dati evangelici, opponendosi decisamente al riduttivismo specialmente dei rappresentanti del Jesus Seminar USA. Nel fare questo egli riporta quasi sempre i brani evangelici (ed eventualmente brani estracanonici, come il Vangelo di Tommaso ritrovato a Nag Hammadi in Egitto) affinché il lettore possa rendersi conto della validità delle sue affermazioni. Anche qui, come in tutto il resto dell'opera, Dunn si confronta nelle note a piè di pagina con gli altri studiosi che la pensano diversamente da lui. In questo dialogo a distanza, sempre molto corretto, ha presente neotestamentaristi sia protestanti che cattolici, però prevalgono anglo-americani e tedeschi.

Ecco alcune sue prese di posizione. Innanzitutto egli è convinto che Gesù abbia fatto consistere la sua missione soprattutto nell'annuncio del regno di Dio presente e futuro (il classico "già e non ancora" di O. Cullmann). Giacché alcuni suoi colleghi negano il cosiddetto "Gesù apocalittico" egli afferma: "Sembra certo che Gesù abbia sperato in una ‘venuta’, e in una venuta prossima di questa signoria regale [...]. La crisi di cui Gesù parlava non è riducibile a una crisi sociale o politica, ma la visione cui danno corpo le sue parabole presentava chiari effetti e contraccolpi sociali e politici - difficilmente lo si potrebbe negare. Né è più chiaro se Gesù abbia immaginato un ordinamento del tutto nuovo della società umana (fine del tempo, risurrezione, nuova creazione) oppure si sia servito di questo lessico per esprimere la speranza di una società ricostruita sulla terra" (p. 939).

Al dire dell'autore, la missione di Gesù fu limitata ai giudei della Galilea (specialmente poveri e peccatori); i suoi sconfinamenti fuori della Palestina non avevano prevalentemente intenti missionari (però anche qui v’erano giudei evangelizzabili!) ma erano solo misure precauzionali per sottrarsi agli attacchi preventivi del re Erode Antipa.

Gesù non disse mai di essere figlio di Dio, però "nell'insegnamento di Gesù l'insistenza su Dio come padre amorevole è accompagnata da indicazioni piuttosto chiare del senso di intimità filiale nutrito da Gesù. Come aveva spinto i discepoli a vivere con fiduciosa obbedienza al cospetto di Dio in quanto padre, così li incoraggiò a imitare la sua abitudine di pregare Dio come abba" (p. 944).

L'opposizione più accanita contro Gesù è stata portata avanti dalla classe dei sommi sacerdoti (sadducei) che aveva la sua base di potere a Gerusalemme e che era infastidita dalla predicazione di Gesù sul regno di Dio, dal suo stile di vita e dal suo disinteresse per le prerogative del culto e il sistema di purità. Questa ostilità raggiunse il suo acme solo nell'ultima settimana di vita di Gesù e portò alla sua consegna a Pilato (senza alcun processo religioso previo) perché gli costituiva una minaccia per il tempio, per il culto e/o per coloro la cui base di potere era appunto il tempio e il culto. Però Pilato condannò Gesù alla crocifissione come messia politico, cioè un pretendente al trono di Davide, pericoloso per il potere romano, come autorevolmente attesta il titolo fatto apporre da Pilato sulla croce “Gesù, il nazareno, il re dei Giudei" (Giov. 19,19).

Pur riconoscendo che la risurrezione di Gesù non è osservabile con il metodo storico, Dunn le dedica un capitolo perché non esiste cristianesimo senza risurrezione e tutti i dati disponibili (compreso Q) furono custoditi da chiese che senza dubbio celebravano la risurrezione, e gli stessi vangeli (incluso Marco) vedono nella risurrezione l'acme della loro narrazione del Gesù ricordato. In conformità all'impostazione tradizionale Dunn fonda la realtà della risurrezione su due tradizioni, non facilmente armonizzabili sotto il profilo storico: la tradizione del sepolcro vuoto (risalente principalmente alle donne fra cui spicca Maria Maddalena) e la tradizione delle apparizioni di Gesù risorto.

Nell'enorme massa di interpretazioni, non fa difficoltà che alcune destino qualche perplessità. Riguardo all'annosa questione dei fratelli di Gesù Dunn afferma in maniera troppo recisa: “È veramente impresa disperata voler negare l'ovvia conclusione da trarre da questi accenni [Flavio Giuseppe, Ant. 20,200 e Gal 1,18-28]: ci fu un uomo chiamato Gesù i cui fratelli erano ben noti tra gli anni 30 e 60 d.C.” (p. 159). A proposito dell'eucaristia, istituita da Gesù nell'ultima Cena e annoverata tra gli "effetti permanenti" della sua predicazione, mi sembra troppo poco (almeno per un lettore cattolico) affermare che sia solo una “continuazione della pratica della comunità di mensa di Gesù e come simbolo del nuovo patto inaugurato con la sua morte” (p. 946); così mi sembra poco conforme all'abituale moderazione dell'autore la sua affermazione riguardante il rifiuto cattolico del ministero femminile: “È la caparbia ostinatezza dell'ecclesiologia cattolica nell'affermare che la scelta fatta da Gesù di un gruppo di dodici esclusivamente di sesso maschile abbia un valore perenne per la concezione cristiana del ministero” (pp. 573-574).

Conclusione. L'utilizzazione dei tre volumi qui presentati è facilitata da un triplice indice: analitico, passi citati e autori moderni, e la loro comprensione è garantita dallo stile sempre chiaro (anche nella traduzione) e talvolta anche gradevole. Però ci sono troppe ripetizioni e anche un'eccessiva verbosità e prolissità. Sono del parere che una presentazione più sobria, che avesse ridotto il numero di pagine, avrebbe invogliato un maggior numero di lettori ad utilizzare un'opera che ha tutti i titoli per diventare un "classico" nell'attuale "ricerca del Gesù storico".


 
Opzioni

 Stampa Stampa


Argomento
Recensioni e schede bibliografiche
Recensioni e schede bibliografiche

Argomenti Correlati

Recensioni e schede bibliografiche

 

 

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale. 


Sito internet realizzato da:
E' una TRX Idea...


Sito realizzato con PHP-Nuke