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Documento: Agostino e la Bibbia
Messo in linea il giorno Mercoledì, 08 luglio 2009
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1.    Il cammino di "conversione" alla Bibbia

Del percorso accidentato che portò Agostino ad accostarsi alla Bibbia egli stesso ci parla più volte esplicitamente nelle sue opere, soprattutto nelle Confessioni (composte tra il 397 e il 400), e alcuni elementi li ricaviamo indirettamente da esse. E' stato detto, ed è già significativo, che il movimento di conversione descritto in questa opera è avvenuto attraverso una "conversione" alla Scrittura[3].

            L'incontro vero e proprio, attraverso la lettura diretta dei testi, avvenne tardi, verso i 30 anni. Prima egli dovette conoscerla frammentariamente e soprattutto per comunicazione orale.

            Nell'infanzia e nella fanciullezza Agostino aveva ricevuto i rudimenti di un'educazione cristiana dalla madre, dalla quale, come egli stesso riconosce nelle Confessioni[4], aveva succhiato il nome di Cristo insieme al latte (III,4,8; cfr. VI,4,5) e che gli aveva parlato della vita eterna e della redenzione (I,11,17). Fin dalla nascita gli erano stati praticati i primi riti dell'iniziazione battesimale: il segno di croce e il sale, e, in occasione di una grave malattia che lo portò in punto di morte, aveva chiesto con intenso desiderio e fede il battesimo, assecondato dalla madre, la quale tuttavia rinviò la celebrazione del sacramento, quando il figlio si riprese, in considerazione delle inevitabili occasioni di peccato in cui si sarebbe imbattuto nell'adolescenza e che avrebbero avuto conseguenze più gravi dopo il battesimo – ma Agostino si rammarica di tale decisione quando rievoca la vicenda – (I,11,17). Da ragazzo aveva trovato uomini di preghiera (maestri cristiani? membri del clero?) che gli avevano parlato di Dio e gli avevano insegnato a pregarlo (I,9,14). Ma l'istruzione di base (dai 7 ai 16 anni), che anche i cristiani ricevevano nella scuola pubblica di impronta pagana, non comprendeva la Bibbia: Agostino più tardi lamenterà il fatto che i ragazzi imparassero a leggere, a scrivere, a comporre esercizi letterari sull'Eneide, non sulla Scrittura (I,17,27)[5].

            L'adolescenza (intesa allora come il periodo dai 16 ai 29 anni) fu inizialmente periodo di dissipazione e di allontanamento da Dio, anche se Agostino continuava le pratiche religiose almeno formalmente: andava in chiesa (III,3,5), pregava (III,4,7). A 19 anni egli provò, per la prima volta, l'impulso di leggere la Bibbia e fu quando, all'interno  degli studi superiori compiuti a Cartagine, entrò in contatto con un'opera filosofica di Cicerone, l'Hortensius (per noi perduta), che lo entusiasmò e gli trasmise un vivissimo interesse per la ricerca della vera sapienza, ma nel contempo lo deluse perché mancava del nome di Cristo, che rimaneva per lui un punto di riferimento irrinunciabile (III,4,8). Si rivolse pertanto alle Scritture "per vedere com'erano", ma l'impressione fu negativa: come altri intellettuali del suo tempo, Agostino si sentì respinto dalla loro forma semplice, che gli apparve troppo meschina rispetto alla magnificenza dello stile ciceroniano, e dall'oscurità del contenuto (III,5,9)[6]. Probabilmente intervennero anche altre difficoltà, a cui accenna altrove: impossibilità di conciliare le divergenze tra le genealogie di Matteo e di Luca, incomprensione di fronte ai racconti della Genesi da cui si aspettava risposte ai suoi problemi antropologici e cosmologici[7]. Più tardi riconobbe che era stata la sua superbia a impedirgli di piegarsi davanti alla Bibbia: "La mia boria rifuggiva da quello stile semplice e il mio acume non ne penetrava la profondità. Quell'opera era fatta invece per crescere assieme ai piccoli: ma io disdegnavo di farmi piccolo e, gonfio di vanità, credevo di esser chissà quanto grande" (III,5,9). In un sermone del 417-418 accuserà, come causa del fallimento, la sua pretesa di "applicare alla Scrittura l'acume della discussione prima della ricerca in spirito di fede" (Serm. 51,5,6) e ancora ricondurrà alla superbia il motivo del proprio atteggiamento.

            Questo fallimento segnala anche le carenze dell'educazione religiosa ricevuta fino a quel momento, in famiglia e nella Chiesa. A sua volta provoca effetti gravi perché spinge il giovane verso una direzione sbagliata: si rivolge alla setta dei manichei, dove sente parlare, sì, di Dio, di Gesù Cristo e dello Spirito Santo, ma questi nomi sono mescolati a quelle che più avanti gli apparvero grossolane falsità, diabolici specchietti per le allodole, che lo irretirono e lo trattennero lontano dalla verità per ben nove anni (Conf. III,6,10). L'esperienza manichea andava incontro, in primo luogo, al suo bisogno di razionalità e sembrava poter dare risposte soddisfacenti ai problemi su Dio, sull'uomo, sul male, che tanto tormentavano Agostino in quel periodo. Attraverso questa esperienza egli entrò in contatto con la Bibbia, benché attraverso una lettura distorta e polemica. I manichei criticavano una serie di elementi presenti nell'Antico Testamento, soprattutto nel Pentateuco: l'assenza di spiegazioni sull'origine del male, i tratti antropomorfici attribuiti a Dio, la poligamia dei patriarchi, l'ammissione dell'omicidio, la pratica dei sacrifici. Di fronte alle loro obiezioni che si pretendevano razionali Agostino, sprovveduto e incapace di controbattere, era costretto ad assentire (III,7,12)[8]. Addirittura dice nelle Confessioni che derideva i santi e i profeti dell'antica economia (III,10,18). Nel De utilitate credendi, scritto del 391-392 rivolto all'amico Onorato, ricorderà che, senza neppure sfogliare quei libri e senza consultare maestri, senza interrogarsi seriamente sulle ragioni per cui quei libri facevano parte della Scrittura, entrambi avevano ritenuto che non ci fosse in essi niente di valido per la fede (6,13; 7,17-18). D'altra parte, anche in presenza di dubbi a proposito dell'interpretazione di alcuni passi, non aveva osato sottoporli a un esperto cattolico di nome Elpidio, che discuteva in pubblico contro i manichei a Cartagine e che lo aveva impressionato favorevolmente una volta che lo aveva ascoltato (Conf. V,11,21). Nel De vita beata dirà: "Una falsa e puerile interpretazione della religione mi distoglieva dall'indagine"[9]. Forse agivano in lui anche preconcetti nei confronti della Chiesa cattolica, che gli appariva troppo dogmatica[10].

            Tuttavia gli anni manichei non furono un'esperienza esclusivamente negativa: si può pensare che Agostino abbia allora letto almeno una parte del Pentateuco e alcune lettere di Paolo[11]. Soprattutto, egli prese coscienza di alcune, reali, difficoltà interpretative dei testi, specie della Genesi, e delle letture che circolavano in ambienti eterodossi e queste conoscenze furono determinanti per la sua attività successiva[12]. In ogni caso, anche rimanendo all'interno della setta (dove fu sempre e solo uditore), negli ultimi tempi, a causa dei dubbi che nutriva, si accostò all'Accademia, di tendenze scettiche, e questa nuova esperienza mise in crisi la sua fiducia nella ragione predisponendolo ad accettare l'autorità della Scrittura e della Chiesa (Conf. VI,5,8).

            Una svolta importante fu l'incontro con la predicazione del vescovo Ambrogio, a Milano, quando venne a soggiornare lì come insegnante ufficiale di retorica nel 384, a 30 anni, all'inizio dell'età adulta (iuventus). E' dapprima affascinato dalla sua eloquenza fluente, ma poi viene colpito dal fatto che molte difficoltà esegetiche di passi dell'Antico Testamento che lo avevano turbato trovavano soluzione allorché si passava da una lettura letterale a quella spirituale (V,14,24). Anche se non è convinto fino in fondo di dover aderire alla fede cattolica, lascia i manichei e rimane in una situazione di dubbio (V,14,25). Purtroppo non riesce ad avere un colloquio privato con Ambrogio, troppo indaffarato negli impegni ecclesiali o nello studio (VI,3,3)[13]; ma le omelie ascoltate ogni domenica gli rafforzano l'impressione di poter dissipare le numerose obiezioni sui libri sacri e sulla natura di Dio, che aveva fatto proprie nel periodo manicheo, e gli offrono sulla Legge e i Profeti una prospettiva diversa, capace di eliminarne le presunte assurdità (VI,4,4-6). Ormai incomincia a capire che la Scrittura è uno strumento, voluto da Dio, a favore degli uomini, i quali attraverso di essa possono cercarlo e credere in lui. Comprende ora il suo carattere ambivalente: semplicità e chiarezza della forma per essere accessibile a qualsiasi lettore, profondità dei misteri per stimolare l'intelligenza dei più esigenti (VI,5,8).

            Anche se gli pesa il lungo periodo trascorso a partire dall'inizio della ricerca della sapienza a 19 anni, è sempre in dubbio, ancora è in cerca della verità e si interroga sulle questioni relative a Dio, all'origine del male, all'astrologia, ma non trova il tempo da dedicare all'approfondimento di queste pur importanti questioni spirituali (adduce pretestuosamente gli impegni della professione e della carriera, le visite non rinviabili agli amici, la necessità del riposo, ecc.); neppure sa dove e da chi procurarsi i libri della Bibbia (VI,11,18): fino a quel momento sembrerebbe dunque che non avesse ancora maneggiato i testi scritti. Ma, invece di immergersi nella Scrittura, ecco un'altra deviazione che, come più tardi egli capisce, è stata voluta da Dio per abbattere la sua superbia e fargli accettare la via dell'umiltà rappresentata dall'incarnazione: una persona "orgogliosa" gli procura alcuni libri platonici (VII,9,13), forse opere di Plotino e Porfirio. La lettura di questi libri gli permette di apprendere l'esistenza del mondo spirituale, l'incorporeità, immutabilità e infinità di Dio, la non sostanzialità del male[14], cioè gli risolve i principali problemi intellettivi che inquietavano il suo spirito (VII,20,26), e tuttavia non risolve i suoi problemi esistenziali, non gli consente di fare esperienza durevole di Dio, perché questi libri non gli fanno riconoscere in Gesù Cristo il Verbo incarnato; anzi egli è lontano dal pensare a Gesù come Dio[15] e dall'accettare l'insegnamento della sua debolezza (VII,18,24-25).

            In questo periodo (siamo ormai nel 385 e Agostino ha 31 anni) esercita la sua influenza su di lui, per quanto riguarda l'accostamento alla fede e l'interpretazione delle Scritture, il prete Simpliciano, il futuro successore di Ambrogio nell'episcopato, che è in contatto con i circoli neoplatonici di Milano, ma è anche esperto di Scrittura, in specie di Paolo: anni dopo sarà Simpliciano a chiedere ad Agostino di spiegargli passi difficili della Lettera ai Romani[16]. Agostino si rende conto che dai libri neoplatonici non potrebbe ricavare ciò che cercava e, dopo qualche esitazione, si butta a leggere con avidità, per intero, l'epistolario paolino (VII,21,27)[17], il cui testo forse gli era stato procurato proprio da Simpliciano[18]. Con grandissima emozione e gioia scopre che lì non ci sono le contraddizioni con l'Antico Testamento di cui parlavano i manichei e che vi si trovano tutte le verità contenute nei libri platonici, ma in più si trova la via autentica per raggiungere Dio, ossia l'umiltà di Gesù Cristo. D'ora in poi Paolo diventa il maestro di Agostino, il criterio di giudizio ultimo per risolvere punti controversi della Scrittura[19].

            Ormai il libro delle lettere paoline ha stabile dimora nella casa di Agostino a Milano: Ponticiano, un alto funzionario di origine africana, cristiano, che va a trovarlo, trova con stupore questo libro appoggiato su un tavolo da gioco (VIII,6,14). E appunto Paolo viene presentato da Agostino come l'ispiratore della "conversione" avvenuta nell'agosto del 386, ossia della scelta di rinunciare ai progetti di carriera e di matrimonio e di staccarsi dai desideri della carne per abbracciare totalmente Gesù Cristo: nel racconto della scena del giardino egli ricorda che, per risolvere il profondo turbamento interiore e superare l'incapacità di decidere, aprì a caso il libro della Bibbia e gli cadde sotto gli occhi il passo di Rm 13,13-14 ("Non nelle gozzoviglie e nelle ubriacature, non nelle alcove e nelle lascivie, non nella contesa e nell'invidia, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non prendetevi cura della carne nelle sue concupiscenze"), che di colpo dissipò tutte le sue incertezze (VIII,12,29).

 

            Sull'itinerario che ha portato Agostino alla Bibbia si possono fare alcune considerazioni. Innanzitutto, si può notare l'importanza che hanno avuto nella sua ricerca i grandi problemi esistenziali, le questioni di fondo: chi sono io? chi è Dio? qual è l'origine del male? come riconoscere e raggiungere la vera felicità? Non sono stati motivi eruditi o di pura cultura a spingerlo. Nella Bibbia Agostino ha trovato alla fine le risposte di senso a cui anelava. Egli inoltre non ha mai smesso di cercare, nonostante le tante delusioni e gli errori commessi. E infine si può rilevare che il nome di Gesù Cristo, radicato nella sua mente e nella sua fede fin dall'infanzia, ha costituito una sorta di stella polare che lo ha guidato nel cammino, al di là degli sbandamenti.


[3] M. Moreau, Lecture du "De doctrina christiana", in Saint Augustin et la Bible, p. 283.

[4] Ed. di M. Simonetti, tr. di G. Chiarini e commenti di vari studiosi, in Sant'Agostino, Confessioni, 5 voll., Fond. Lorenzo Valla, Mondadori, Milano 1992-1997. Le traduzioni riportate nella relazione sono tratte normalmente dalle edizioni citate.

[5] Cfr. Enarr. in Ps. 144,7 (testo lat.; tr. di V Tarulli, NBA [= Nuova Biblioteca Agostiniana, Città Nuova, Roma] 28, 1977): qui Agostino nota che nella scuola di propongono, come oggetti di encomio, realtà create senza fare nessun cenno al Creatore.

[6] Sull'atteggiamento degli intellettuali del tempo verso la forma letteraria della Bibbia cfr. H.I. Marrou, S. Agostino e la fine della cultura antica, ed. it., Jaca Book, Milano 1986 (ed. orig. Paris 1971), pp. 388-389, che menziona Gerolamo, Arnobio, Lattanzio.

[7] Cfr. Serm. 51,5,6 (testo lat.; tr. di L. Carrozzi, NBA 30/1, 1982). Cfr. Mara, Introduzione a Agostino, p. 43.

[8] Cfr. De util. cred. 2,4 (testo lat.; tr. di A. Pieretti, NBA 6/1, 1995).

[9] De vita beata 1,4 (testo lat.; tr. di D. Gentili, NBA 3/1, 19822).

[10] Cfr. Mara, Introduzione a Agostino, p. 44.

[11] I manichei accettavano le lettere di Paolo, anche se le ritenevano interpolate per quanto riguarda le citazioni dell'Antico Testamento, che rifiutavano. Per quanto riguarda i Vangeli, contestavano i racconti dell'infanzia di Matteo e Luca e leggevano in maniera docetista i racconti della passione e della risurrezione. Rifiutavano gli Atti degli apostoli per il racconto della Pentecoste, che contrastava con la loro convinzione che Mani fosse stato la manifestazione visibile e reale dello Spirito Santo. Cfr. la Bonnardière, L'initiation biblique, p. 35.

[12] Cfr. la Bonnardière, L'initiation biblique, pp. 36-37.

[13]  In De util. cred. 8,20, in cui rievoca quella fase della sua vita, lamenta di non aver trovato allora nessuno che fosse capace di fargli da maestro.

[14] Cfr. la Bonnardière, L'initiation biblique, p. 41.

[15] M. Pellegrino (Le "Confessioni" di Sant'Agostino. Studio introduttivo, Studium, Roma 1956, p. 108) fa notare che Agostino, nonostante l'adesione alla fede cattolica, a quel momento credeva che Gesù fosse soltanto un grande uomo, un sapiente, probabilmente per reazione contro il docetismo manicheo.

[16] Cfr. Mara, Introduzione a Agostino, p. 51. Sugli interessi di Simpliciano per Paolo si veda la lettera di Ambrogio (Ep. 7,1) che risponde a una sua richiesta di spiegare alcuni scritti difficili dell'apostolo.

[17] Cfr. Contra Acad. II,2,5 (testo lat.; tr. di D. Gentili, NBA 3/1, 19822).

[18] Cfr. Mara, Introduzione a Agostino, pp. 41, 56.

[19] Si può pensare che abbia letto allora anche il Vangelo di Giovanni, in cui poteva ritrovare le categorie del platonismo (cfr. Grossi, Leggere la Bibbia, pp. 14-15). Del resto questo e gli altri Vangeli erano apprezzati già dai manichei.




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