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Documento: I Templari e la sindone di Torino secondo Barbara Frale
Messo in linea il giorno Venerdì, 08 gennaio 2010
Pagina: 1/1


I Templari e la sindone di Torino secondo Barbara Frale

di Andrea Nicolotti

La pubblicazione del volume di Barbara Frale I Templari e la sindone di Cristo, nel quale si ripropone la teoria secondo la quale la sindone di Torino sia passata nelle mani dell'Ordine templare e grazie ad esso sia giunta in Francia, induce ad una riflessione sul sempre più diffuso utilizzo improprio della storia.


Il seguente articolo è confluito, in forma rivista, nel mio libro I Templari e la Sindone. Storia di un falso, Salerno editrice, Roma 2011. In esso sono indagate in modo esaustivo tutte le proposte storiografiche che pretendono di ricollegare la storia della Sindone di Torino ai Templari, alle Crociate e ad altri personaggi del medioevo [nota del 2 giugno 2011].  


Nel giugno del 2009 veniva pubblicato dalla casa editrice Il Mulino, con grande risonanza sui quotidiani non solo nazionali, un volume dovuto a Barbara Frale, studiosa di storia medievale e dipendente dell'Archivio segreto vaticano. La tesi fondamentale del libro è che la sindone di Torino, cioè il lenzuolo che la tradizione indica come telo funerario nel quale sarebbe rimasta impressa l’immagine del cadavere di Gesù di Nazaret, disponga di chiare attestazioni storiche anteriori al XIV secolo, periodo al quale risalgono i documenti finora noti che ne fanno esplicita menzione. Nel tentativo di ricostruire una “preistoria” della sindone, che dalla Francia del basso medioevo risalga sino alla Palestina del I secolo, Barbara Frale assume e dà forza ad una serie di ricostruzioni ipotetiche proposte negli anni passati da parte di alcuni tra i sostenitori dell’autenticità della sindone, finora poco note al grande pubblico e quasi sconosciute all'ambiente accademico degli storici.

La pubblicazione del libro da parte di una casa editrice prestigiosa, la risonanza mediatica che l'ha seguita e il desiderio dichiarato dell'autrice di introdurre queste discussioni finora marginalizzate all'interno del dibattito accademico, impongono di prendere seriamente in considerazione la questione. Va premesso che in nessun modo queste mie considerazioni riguardano il tema dell’autenticità della sindone di Torino che, come spiegherò in seguito, non ha nulla che fare con ciò di cui sto per parlare.

Non è mia intenzione affrontare qui in maniera approfondita tutte le tesi contenute nel volume; sto preparando a riguardo uno studio ben più ampio e documentato di quanto non possano essere queste brevi note. Una parte di questo studio sarà oggetto dell’intervento che sto preparando per un convegno internazionale che il Centro di Scienze Religiose dell’università di Torino ha organizzato per il 18-20 maggio, il cui titolo è "Sacre impronte. Gli oggetti non fatti da mano d'uomo nelle religioni" (di cui ora sono scaricabili gratuitamente gli atti, n.d.A.).

Un'analisi dell’unica parte originale del libro (il novanta per cento delle argomentazioni era infatti già noto nell’ambiente sindonologico) può servire come esempio indicativo di un modo di procedere che si ripete per tutto il resto, talvolta con accenti anche peggiori. Per un commento - che ritengo totalmente condivisibile - sulla metodologia e sui criteri seguiti dall'autrice, si potrà leggere con frutto la recensione di Massimo Vallerani, contenuta in questo medesimo sito; consiglio di prenderne visione, contestualmente alla lettura di questa pagina. Essa fornisce un riassunto dell'opera intera ed una lucida analisi di una tendenza, sempre più evidente all’interno di un certo tipo di divulgazione storica, a dissolvere il confine che separa le ipotesi dalla realtà, adoperando un nuovo stile di “scrittura ipotetica” che si alimenta di letture ed interpretazioni parziali delle fonti ed innalza, su scivolose fondamenta, castelli di supposizioni non dimostrate.

Premere qui se si desidera leggere la recensione di Vallerani.

Ciò che segue è una mia trascrizione parziale, accompagnata da una traduzione italiana e da un commento, di un manoscritto che, secondo Barbara Frale, conterrebbe la dimostrazione che i cavalieri Templari nei primi decenni del XIV secolo ebbero tra le mani la sindone, cioè la medesima reliquia oggi conservata nella cattedrale di Torino. Il manoscritto in questione, che in realtà è composto da due parti scritte da due mani diverse su fogli di dimensione differente, è conservato presso gli Archivi nazionali di Parigi[1]. Esso contiene il resoconto dell’interrogatorio di alcuni Templari rinchiusi a Carcassonne, avvenuto nel novembre del 1307.

Si tratta di una delle testimonianze sopravvissute del famoso processo contro i Templari che, inaugurato nel 1307 per volontà del Re di Francia Filippo IV il Bello, si concluse nel 1312 con lo scioglimento dell’Ordine. Forte dell’appoggio dell’inquisitore di Francia Guillaume de Paris e sprovvisto dell'autorizzazione del Papa, Filippo il Bello all’alba del 13 ottobre 1307 aveva fatto improvvisamente arrestare tutti i Templari del regno. I Templari incarcerati furono interrogati e confessarono (o furono indotti a confessare) di essersi macchiati di azioni totalmente contrarie alla religione, tra cui l'adorazione idolatrica, la stregoneria, la sodomia, il disprezzo di Dio, l'uso improprio dei sacramenti, etc.

È certo che molte deposizioni furono rilasciate in seguito all'uso della tortura da parte del tribunale. Gli interrogatori seguivano un copione già stabilito da Filippo, il quale aveva preparato un canovaccio di accuse già formulate che dovevano essere contestate agli imputati, ai quali spesso veniva solamente lasciata la possibilità di ammettere o non ammettere ciò che veniva loro contestato. Il valore che può essere attribuito alle confessioni ottenute durante questa prima fase del processo, organizzata da Filippo il Bello, è ancora discusso dagli storici. Alcuni tendono a considerare le dichiarazioni dei Templari processati come totalmente incredibili, in quanto estorte con la violenza, pesantemente orientate e manipolate dagli accusatori allo scopo di ottenere ciò che desideravano. Altri si sforzano di trarre da queste confessioni alcuni elementi di veridicità[2].

Il libro di Barbara Frale, la quale appartiene a questa seconda corrente di storici più “ottimisti”[3], si sofferma in particolare sull'interrogatorio avvenuto nella città di Carcassonne nel novembre del 1307. Una delle accuse che il Sovrano muoveva all'ordine dei Templari, e sulla quale aveva dato disposizione che i tribunali indagassero esplicitamente, era quella di sputare sul crocifisso e di praticare l'adorazione idolatrica di una “testa” d’uomo con lunga barba. Le risposte dei Templari interrogati in Francia sono estremamente contraddittorie al riguardo: alcuni parlano di una testa imbalsamata, altri di un oggetto in forma di testa fatto di diversi materiali (bronzo, legno, oro), altri di un reliquiario metallico con una, due o addirittura tre facce umane, altri ancora di un demonio o dell'immagine di Maometto (chiamato baffometo), qualcuno di una tavola dipinta che raffigurava un volto, di una testa con corna, dell’immagine di un santo, di un animale, etc. etc. Alcune descrizioni farebbero pensare ad una reliquia della testa imbalsamata del fondatore dell'Ordine templare, Hugues de Payns. Nessuno di questi oggetti, peraltro, fu mai trovato dagli accusatori. Proprio in una delle confessioni che riguardano questo cosiddetto “idolo” la Frale ritiene di aver ritrovato la menzione di un lenzuolo che riportava l'immagine dell'intero corpo di Gesù morto, deposto dalla croce: il documento dimostrerebbe, “associato a tanti altri dati, che il fantomatico idolo dei Templari era un oggetto famosissimo con un’identità precisa”[4], cioè la sindone di Torino. Ecco perché, secondo le parole della Frale:

Al frate templare Guillaume Bos, ricevuto verso il 1297 nella commenda templare di Perouse presso Narbona, venne mostrato un «idolo» che aveva una forma molto particolare, un'immagine assai diversa dalle altre che erano per lo più reliquiari a bassorilievo. Si trattava di una specie di disegno monocromatico, un'immagine scura sul fondo chiaro di un panno che gli sembrava allo sguardo come tela di cotone («signum fustanium»): “E immediatamente fu portato in quello stesso luogo e ostenso dinanzi a lui come una specie di disegno su un panno di tela di cotone. Chiestogli di chi fosse la figura rappresentata lì sopra, rispose che era talmente stupefatto di quanto gli facevano fare che poté vederlo a mala pena, né riuscì a distinguere chi fosse la persona rappresentata in quel disegno: gli sembrava però che fosse fatto come di bianco e di nero, e lo adorò”[5].

Né la descrizione né la traduzione del testo proposti da Barbara Frale corrispondono alla realtà. Faccio seguire una mia diretta trascrizione e traduzione del passaggio; il lettore che troverà delle stranezze nella grafia del latino, sappia che non si tratta di errori di trascrizione: ho mantenuto inalterata la scrittura del notaio (ad esempio, adsorare al posto di adorare, cruciffixum per crucifixum, ymago per imago, e al posto di ae, e così via).

manoscritto 



Post subsequenter fuit sibi hostensa quedam crux parvula et spuit supra eam ter et quolibet semel negavit eam et signum crucis et in continenti fuit ibidem hostensum et aportatum quoddam signum fusteum. Interrogatus cuius erat dictum signum dixit quod adeo erat stupefactus de hiis que faciebant sibi fieri quod vix videbat nec potuit bene perpendere cuius figure erat dictum signum set videtur sibi quod esset album et nigrum et adoravit illum signum.

Poi in seguito gli fu mostrata una piccola croce; sputò sopra di essa per tre volte, e ogni volta rinnegò quella e l’immagine della croce. Ed immediatamente gli fu mostrata e portata un’immagine di legno. Chiestogli di chi fosse la detta immagine, disse che era a tal punto stupefatto delle cose che gli facevano fare che vedeva a malapena, e non poté valutare di che forma fosse la detta immagine, ma gli sembra che fosse bianca e nera; e adorò quell’immagine.


Il punto attorno al quale ruota tutta l’interpretazione della Frale è che il manoscritto parli di un signum fustanium, cioè di un oggetto di stoffa. Il fustagno era un tessuto misto, risultante dalla tessitura congiunta di lino (l'ordito, cioè la parte longitudinale della tela) e di cotone (la trama, cioè il filo che costituisce la parte trasversale del tessuto). Tralasciando il fatto che la sindone è interamente di lino, e quindi non è di fustagno, il centro della questione sta nel fatto che la parola fustanium nel manoscritto non compare assolutamente:

fusteum


È infatti chiaramente riconoscibile la parola fusteum (con la nasale soprascritta, come nella parola signum che precede) che significa ligneo. È un aggettivo derivato dal sostantivo fustis, cioè legno, tronco d’albero, bastone[6]; d’altra parte nel francese dell’epoca, la lingua d’uso di quel Templare, fust significa la medesima cosa di fustis[7].

Sembra davvero incredibile che la studiosa Barbara Frale abbia potuto fondare un intero libro su una lettura fasulla, senza nemmeno - volendo far salva la sua buona fede - chiedere un consulto ad un collega. La lettura peraltro non è per nulla difficile e il manoscritto è pienamente decifrabile: non appena hanno avuto a disposizione una fotografia della pagina si sono accorti dell'errore in maniera indipendente gli uni dagli altri non solo due medievisti di professione - Massimo Vallerani e Julien Théry, dell'università di Torino e di Montpellier - ma anche tre cultori di storia della sindone, estranei al circuito accademico: Gaetano Ciccone, Gian Marco Rinaldi e Antonio Lombatti. Fin dall’11 luglio 2009 Ciccone e Rinaldi avevano denunciato l'errore su una pagina internet dedicata all’intera questione[8].

Al di là di questa lettura equivoca, l'intera traduzione del testo proposta dalla Frale e sopra riportata risulta alterata per accomodare il racconto alla presunta presenza della sindone: l'oggetto non viene semplicemente mostrato, bensì “ostenso”, recuperando una parola italiana desueta che però viene usata ancor oggi per indicare la “ostensione” pubblica della sindone; il quoddam signum fusteum viene parafrasato in un prolisso “come una specie di disegno su un panno di tela di cotone”, dove il quoddam, che compare di continuo nel manoscritto e si presta ad essere tradotto con il semplice articolo indeterminativo italiano, diventa “come una specie”, il signum diventa un “disegno” e il fustanium/fusteum un “panno di tela di cotone”, con l’aggiunta del “su” assente in latino, inserito allo scopo di creare l'impressione che il testo parli di un disegno riportato sopra il telo. L’unica parola latina che può prestarsi a interpretazione non univoca è signum: io ho tradotto “immagine”, evitando di specificare se si trattasse di un disegno, di un dipinto, di una statua, di un bassorilievo o di una scultura: tutti questi significati, infatti, sono compatibili con signum. Non è neppure specificato se questo signum rappresentasse una figura umana o meno; lo possiamo solamente ipotizzare guardando al contesto delle confessioni degli altri Templari. Certamente tradurre signum con “disegno” è una forzatura; la cosa diviene lapalissiana nel momento in cui si ristabilisce correttamente il testo che precede, il quale parlava di un signum fusteum che certamente non può essere interpretato come un “disegno di legno”! Particolarmente infelice è anche la scelta di rendere la singola parola fustanium (inesistente, però) con ben tre parole italiane: “panno di tela di cotone”, come se il testo fosse pieno di riferimenti a pezzi di stoffa!

Anche tutto ciò che segue va nella stessa direzione. La traduzione “chiestogli di chi fosse la figura rappresentata lì sopra” è forzata, perché il “lì sopra” non c’è, ed è stato aggiunto solo per far pensare a un disegno su un lenzuolo; il latino dice semplicemente cuius erat dictum signum, cioè “di chi era il detto signum”. E ancora, anche il “chi fosse la persona rappresentata in quel disegno” è un’improbabile parafrasi di cuius figure erat dictum signum, cioè “di che forma era il detto signum”, ove non si vede il motivo per cui figura dovrebbe essere reso con “persona”, o addirittura “persona rappresentata”.

Anche la sintesi previa che Barbara Frale riporta appena prima di dare la sua traduzione del testo non ha nulla a che fare con ciò che il testo realmente dice: non esiste alcuna “specie di disegno monocromatico”, nessuna “immagine scura sul fondo chiaro di un panno che gli sembrava allo sguardo come tela di cotone”. Il Templare ha parlato di un’immagine bianca e nera, senza menzionare tele o sfondi chiari. Sia la traduzione sia l’interpretazione del passo, quindi, sono state alterate dalla Frale per creare nel lettore la falsa impressione che il Templare stesse parlando di un’immagine di uomo riportata su un telo; non si è solamente di fronte ad un errore di lettura, già di per sé significativo, ma di una manipolazione dell’intero documento.

Il tutto è ancora più aggravato dal fatto che la Frale non ha riportato da nessuna parte il testo originale latino (che avrebbe occupato non più di sei o sette righe) rendendo così impossibile per il lettore il controllo della traduzione. Dal momento che si tratta di una sua trascrizione di un testo inedito, il minimo che si debba pretendere dal libro, la cui unica novità era proprio la scoperta di questa testimonianza, è che essa venga riportata, perlomeno in nota. Sarebbe stato ancor più corretto riprodurre anche la fotografia di quella parte del manoscritto, per permettere a chiunque un riscontro; il libro contiene ben venti fotografie a colori, alcune delle quali potevano essere tranquillamente omesse, ma manca l'unica di cui c’era davvero bisogno. Al lettore, quindi, vengono solo fornite una traduzione e una spiegazione del passo in questione, entrambe manipolate, senza che lui possa verificarle. Non solo non viene riportato il testo, ma in nota non si fornisce nemmeno l'indicazione archivistica del manoscritto; essa giace confinata nella nota successiva, che però riguarda un altro passo. Se il caso non avesse voluto che proprio quella pagina fosse stata fotografata e stampata in un catalogo francese di una mostra[9], e che tale fotografia capitasse sotto gli occhi di qualcuno che conosceva il libro della Frale, molto probabilmente nessuno si sarebbe accorto di nulla.

Infine: anche se davvero il testo avesse contenuto la parola fustanium, chi ci autorizza a pensare alla sindone? Qualunque altro oggetto di stoffa sarebbe adatto all’uopo, l’importante è che sia “bianco e nero”: ad esempio, dopo aver letto il libro della Frale qualcuno potrebbe affermare che i Templari adoravano la stoffa del loro vessillo, “il glorioso gonfalone detto baussant perché bipartito di bianco e di nero, il quale simboleggiava l’orgoglio e l’eccellenza del Tempio”. Egidio, Precettore della magione di San Gimignano interrogato a Firenze, asserisce di aver visto l’idolo a Bologna e a Piacenza: era una testa che veniva posta in una nicchia all’interno di una parete, con “una faccia quasi umana e bianca, capelli neri e crespi o riccioluti”. Ecco un caso, più verosimile, in cui c’è contrasto tra bianco e nero[10].

Una volta creata la falsa illusione che il templare parlasse di un pezzo di stoffa su cui è raffigurata l'immagine di una persona, la Frale passa a ricondurre al medesimo significato anche altri documenti processuali:

Lo stesso tipo di oggetto vide Jean Taylafer, ascoltato a Parigi durante la lunga inchiesta del 1309-1311: era anch'esso una specie di disegno dalla forma molto indefinita, fatto di una tinta che gli sembrava rossastra, e poté distinguere soltanto l'immagine di un volto che aveva le dimensioni naturali di una testa umana. Nemmeno lui riuscì a capire se fosse un dipinto oppure no, però anche in questo caso era un'immagine fatta di un colore solo[11].

In questo caso la falsificazione del testo è altrettanto palese (testo tratto da J. Michelet, Le procès des Templiers, vol. I, Paris, Imprimerie royal, 1841, pp. 190-191):


Requisitus, respondit quod in die recepcionis sue fuit positum quoddam capud in altari capelle in qua fuit receptus, et fuit sibi dictum quod debebat adhorare dictum capud. Requisitus, si dictum capud erat aureum, argenteum, vel eneum, vel ligneum, vel de osse aut de quo alio erat, respondit se nescire, quia non multum se appropinquabat, apparebat tamen effigies ymaginis faciei humane. Requisitus cujus coloris erat, respondit quod quasi coloris rubei. Requisitus, si erat pictum vel non, dixit se non avertisse. Requisitus, de grossitudine et quantitate dicti capitis, respondit quod erat quasi grossitudinis capitis humani [...] Fuit sibi tradita quedam cordulla de filo albo, qua dicebant fuisse cinctum dictum capud, et quod capellanus predictus recipiens eum, precepit sibi quod eam portaret super camisiam suam de die et nocte, sed eam non portavit, ut dixit, sed projecit eam.

Interrogato, rispose che nel giorno della sua accoglienza fu posta una testa sull'altare della cappella nella quale fu accolto, e gli fu detto che doveva adorare quella testa. Interrogato se quella testa fosse d’oro, d’argento, di bronzo, di legno, d’osso o di che altro fosse, rispose che non lo sapeva perché non si era avvicinato molto, ma che sembrava l’effigie di un’immagine di volto umano. Interrogato di che colore fosse, rispose che era per così dire di colore rosso. Interrogato se fosse pitturata o meno, disse che non se ne era reso conto. Interrogato sulla grandezza e la dimensione di quella testa, rispose che era all’incirca della grandezza di una testa umana [...] Gli fu consegnata una cordicella di filo bianco, che dicevano avesse circondato quella testa, e il predetto cappellano che lo accoglieva gli ordinò di portarla sopra la propria camicia giorno e notte; ma egli non la portò, a suo dire, ma la gettò via.


Risulta evidente che Jean Taylafer sta parlando di un oggetto tridimensionale, dalla forma e dalla dimensione di una testa umana; non sa di che materiale fosse fatta (oro, argento, bronzo, legno, osso o che altro?), ma gli pare fosse rossiccia (non bianca e nera, dunque!). Come può la Frale dire che “anche in questo caso era un'immagine fatta di un colore solo”? L’immagine descritta da Guillaume Bos era inequivocabilmente bicolore, non monocromatica.

Il Templare non sa dire se la testa fosse stata pitturata, sa però che intorno a quella testa (che è appunto tridimensionale) è stata messa una cordicella che gli è stata consegnata perché la adoperasse come cintura (una specie di consacrazione per contatto). D'altra parte questa confessione concorda in molti punti con altre simili confessioni, che parlano di teste rigorosamente tridimensionali (reliquie?) che venivano adoperate per il medesimo scopo, e che vengono presentate durante il processo come oggetti idolatrici.

A questo punto la Frale ritorna al manoscritto di Carcassonne:

Un altro templare chiamato Arnaut Sabbatier disse invece in maniera esplicita che gli era stata mostrata la figura intera del corpo di un uomo su un telo di lino, e gli fu ordinato di adorarlo tre volte baciandogli i piedi («quoddam lineum habentem ymaginem hominis, quod adoravit ter pedes obsculando»). Il documento è autentico e il passo si legge chiaramente, nonostante lo stato di conservazione non ottimale. A meno di non voler stravolgere la realtà della fonte storica, esso dimostra che ad alcuni Templari nel sud della Francia fu mostrato un «idolo» identico alla sindone di Torino, la quale è appunto un telo dove si vede la figura di un uomo[13].

Ecco il testo:


Fuit sibi presentatum cruciffixum et quoddam lineum habentem ymaginem hominis quod adoravit ter pedes obsculando et qualibet vice spuebat super cruciffixum renegando eundem.

Gli fu presentato un crocifisso e un lineum avente l’immagine di un uomo che egli adorò per tre volte, baciando i piedi; ed ogni volta sputava sul crocifisso, rinnegandolo.


Il testo parla della “immagine di un uomo”, non di una “figura intera del corpo di un uomo”, e un lineum non è un “telo di lino”, ma al massimo qualsiasi oggetto di lino, anche della grandezza di un francobollo. Non c’è poi alcun motivo per pensare che si stia parlando della sindone: è una congettura totalmente priva di supporto documentario, né all'interno del libro della Frale esistono altri indizi che fanno propendere per questa possibilità (dei moltissimi elementi presentati come indizi praticamente nessuno resiste ad un'analisi critica, come si è potuto vedere con i documenti che precedono). Studiando il processo dei Templari e in particolare il loro presunto idolo ci si accorge, per usare le parole di Peter Partner, di essere di fronte a “descrizioni clamorosamente diverse”[14], che parlano di oggetti di vario genere, di carne, di osso, di legno, di bronzo, di avorio, di argento, d'oro, etc. etc. Ma è molto strano che, su circa centotrenta deposizioni a noi pervenute che parlano di un “idolo”, solamente una parli di un idolo di stoffa. La prima cosa da fare, allora, è quella di analizzare per intero il documento che abbiamo di fronte.

Come già detto, il manoscritto a cui stiamo facendo riferimento è in realtà composto da due documenti diversi: un foglio più grande contiene l'interrogatorio del Templare Jean Cassanhas da parte del funzionario reale, il siniscalco di Carcassonne Jean d'Aunoy, alla presenza di due inquisitori; alcuni fogli più piccoli, legati assieme al primo, contengono l'interrogatorio di altri cinque Templari in presenza dei soli funzionari civili, ancora Jean d'Aunoy e Lambert de Thury, signore di Saissac, senza la presenza dei religiosi. Si è già detto come queste testimonianze siano strane, contraddittorie e molto probabilmente cavate con la violenza; cinque cavalieri su sei sono stati interrogati alla sola presenza degli scagnozzi di Filippo il Bello, senza nemmeno la presenza di un inquisitore. Ma lasciando per un attimo da parte il problema della veridicità di ciò che viene confessato, è comunque molto utile confrontare le quattro deposizioni restanti con le due che abbiamo già esaminato; ecco la mia trascrizione dei punti salienti, che integra le parti che erano già state pubblicate da Heinrich Finke nel 1907[15]:

Iohannes Cassanhas:


Preceptor de quodam cofino qui ibi erat recepit quoddam ydolum de auricalco in figura hominis indutum quasi dalmatica quem posuit suppra unam arcam.

Il Precettore recuperò da una cassa che stava lì un idolo di bronzo in forma d’uomo, rivestito di una sorta di dalmatica, che pose sopra uno scrigno.


Gaucerandus de Monte Pesato:


Magister hostendit eidem qui loquitur quandam ymaginem sive ydolam deauratam habentem formam hominis barbatam. Et eciam hostendit sibi ex alia parte cruciffixum et in continenti dictus magister precepit ipsi qui loquitur quod adsoraret ymaginem supradictam quam asseruit idem magister esse factam in figuram baffometi et quod renegaret crucem sibi hostensam et spueret contra eam. Quod et fecit ter et asorando dictam ymaginem sive ydolam ter renegavit cruciffixum spuendo contra eum.

Il Maestro mostrò a lui, che sta parlando, un’immagine o idolo dorato avente forma di un uomo, con barba. E dall’altro lato gli mostrò anche un crocifisso, ed immediatamente il detto Maestro ordinò a lui, che sta parlando, di adorare la suddetta immagine che lo stesso Maestro asserì essere fatta in sembianza di Baffometo, di rinnegare la croce mostratagli e di sputare contro di essa. Cosa che egli fece per tre volte, e adorando la detta immagine o idolo rinnegò tre volte il crocifisso, sputando contro di esso.


Raymundus Rubei:


Hostendit sibi qui loquitur cruciffixum precipiens ei quod renegaret eum. Quod et fecit ter spuendo in terra contra ipsum. Deinde hostendit sibi quoddam lignum ubi erat depicta figura baffometi et illam asoravit obsculando sibi pedes dicens Yalla verbum Sarracenorum.

Mostrò a lui, che sta parlando, un crocifisso, ordinandogli di rinnegarlo; cosa che fece, sputando tre volte in terra contro di esso. Poi gli mostrò un legno dov’era dipinta la figura di Baffometo; ed egli la adorò, baciandole tre volte i piedi, mentre diceva “Yalla”, parola dei Saraceni.


Dopo Guillelmus Bos e Arnaldus Sabbaterii, già visti, è la volta di Petrus de Mossio:


Fuit sibi hostensum quoddam lignum habens faciem hominis et fuit sibi iniunctum per dictum preceptorem quod adoraret dictum lignum seu ydolum. Et dictus qui loquitur dictum ydolum ter adoravit et qualibet vice spuebat supra crucifixum quod erat ibi presens renegando eum.

Gli fu mostrato un legno che aveva l’aspetto [oppure il volto] di un uomo, e gli fu comandato da parte del detto Precettore di adorare il detto legno o idolo; e colui che sta parlando adorò il detto idolo tre volte, ed ogni volta sputava su un crocifisso, che era lì presente, rinnegandolo.


A questo punto è più facile tirare le somme: su sei frati interrogati a Carcassonne, uno descrive l'idolo come una statuetta di bronzo, rivestita di una veste pregiata; uno come un’immagine o idolo dorato che aveva forma umana, con barba, identificato con Maometto; uno come un pezzo di legno dov’era dipinta la figura di Maometto; uno come un’immagine di legno che gli sembrava bianca e nera; l'ultimo come un legno che aveva l’aspetto di un uomo.

Che dire del quinto, che dice di avere visto un lineum? Il termine suona strano, perché per indicare un “lino” il notaio avrebbe dovuto scrivere linum; lineum proviene dall’aggettivo lineus, e andrebbe accompagnato da un sostantivo, che qui manca. L’uso di lineum come neutro sostantivato è attestato, ma raro, e quando è adoperato serve a sostituire il più diffuso femminile linea per indicare dei vestiti, specie le camicie, il che ha poco a che fare con la sindone[16]. È chiaro che siamo di fronte ad un semplicissimo errore di scrittura: i due frati che vengono interrogati prima di Arnaud e quello che verrà interrogato subito dopo hanno parlato di un lignum. Anche Arnaud ha visto certamente un lignum, che il notaio ha scritto malamente lineum, per una semplice assonanza tra le due parole. Non c’è quindi alcun bisogno di pensare che questa sia la sola e unica testimonianza che parla di una stoffa, su ben centotrenta che ci sono pervenute e che non ne fanno menzione alcuna: Arnaud Sabbatier ha visto lo stesso oggetto di legno che hanno visto i suoi compagni, quelli che sono stati interrogati prima e dopo di lui. Né può stupire alcuno che lo scrivano, il cui latino è tutt'altro che elegante e corretto dal punto di vista grammaticale e ortografico, possa compiere una confusione del genere. In questo posso sottoscrivere le parole della Frale stessa:

Un ragionamento che pretende di spaccare il capello in quattro sulle varianti d'ortografia del latino medievale può essere dato in pasto solo a chi non ha alcuna pratica di documenti del medioevo [...] Gli atti del processo contro i Templari, come un numero incalcolabile di altri documenti della stessa epoca, furono scritti a mano e questo significa che si potevano facilmente commettere piccoli errori: ma soprattutto, venivano composti in latino da alcuni notai che traducevano simultaneamente mentre ascoltavano i testimoni parlare nella loro lingua nativa, in questo caso il francese[17].

Non è nemmeno vero che l’oggetto descritto da Arnaud raffigurasse l'immagine di un corpo umano intero, nonostante quanto sostiene Barbara Frale:

Non ci sono nemmeno dubbi che la figura conteneva il corpo per intero, non solo la testa: infatti la testimonianza dice espressamente che i Templari lo adoravano baciandogli i piedi[18].

Dovremmo a questo punto pensare che anche l’oggetto di legno “dov’era dipinta la figura del baffometo” di cui parlava Raymundus Rubei contenesse la pittura di un Maometto intero, dalla testa ai piedi, visto che anche lui dice di averli baciati per tre volte. Ma nulla vieta di pensare che si volesse alludere ad un “idolo” in forma di statuetta dalle sembianze umane: Jacques de Vitry (1160-1244) testimonia la diffusione in Occidente dell’idea che i Musulmani adorassero immagini di Maometto[19]. Una statuetta del Profeta usata come oggetto di culto è raffigurata su una bella miniatura di un manoscritto della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo di Tiro. Il Templare abruzzese Cecco Nicolai, interrogato a Penne nel 1309, afferma che durante la sua cerimonia di accoglienza a Roma gli fu mostrato “un idolo che gli sembrava di metallo, la cui forma era a somiglianza di un fanciullo eretto in piedi, e la statura dell’idolo era di quasi un cubito”[20].

Ciò vale, però, se diamo per scontato che Arnaud stia parlando dei piedi di una figura umana. Ma il latino pedes, esattamente come l'italiano piedi, indica anche la parte più bassa di un oggetto, sulla quale l’oggetto stesso poggia. E forse la Frale, che ha letto una ad una tutte le deposizioni processuali dei Templari, avrebbe potuto far notare ai suoi lettori che qualche volta quest'espressione è stata adoperata proprio in quel preciso senso a proposito della misteriosa testa; secondo la deposizione del Templare Hugues de Pérraud, ad esempio, “quella testa aveva quattro piedi, due davanti sulla parte della faccia e due dietro”[21]. Su questa deposizione, ecco il commento della Frale stessa: “Per il fatto di avere quattro piedi sembra proprio trattarsi di un oggetto tridimensionale che si reggeva grazie a dei supporti”[22]. Sono perfettamente d’accordo con lei. Et de hoc satis.

Barbara Frale evidentemente ritiene che le confessioni dei Templari, anche le più assurde e fortemente sospette di essere state estorte con la violenza, siano credibili; per meglio dire, sicuramente ritiene credibili quelle che sembrerebbero rafforzare la sua teoria. Anche ammettendo - e non concedendo - che i frati parlassero di un “idolo” realmente esistente, credo che la presente analisi abbia dimostrato la totale vacuità delle argomentazioni dell'autrice; vi sarebbe ancora molto altro da obiettare, ma quanto detto finora mi pare sufficiente e non mi sembra questo il luogo adatto per soffermarmi ulteriormente. Vorrei però seguire ancora per un po' il corso del ragionamento della Frale. Secondo lei, la sindone veniva mostrata al neo-Templare durante una cerimonia che avveniva nella semioscurità delle prime ore del mattino, “nella maggioranza dei casi ripiegata in una teca che ne mostrava solo la testa”: in tal modo si giustifica in quattro e quattr’otto il fatto che le fonti parlino costantemente di una “testa” (caput) e non di un corpo intero (la sindone di Torino, infatti, riporta l’immagine di un intero corpo). Ma nel caso dell’ammissione di Arnaud Sabbatier - chissà perché - sarebbe stata fatta “un’ostensione della sindone vera e propria, con il telo completamente aperto per lasciar vedere l’immagine del corpo intero”[23]. “Solo i maggiori dignitari del Tempio erano a conoscenza di quell’idolo”[24], sostiene l’autrice, e lo stesso ministro Guillaume de Nogaret nell’editto regale di accusa contro i Templari ci tiene a sottolineare che i semplici frati non lo conoscevano[25]. Ma ciò non corrisponde. Jean Taylafer era un ex Templare (testimone particolare, dunque: apparve davanti ai giudici senza barba e con abito da laico) e prima era stato solo frate sergente, per tre anni. Anche Sabbatier, dice la Frale, “aveva un grado gerarchico modesto”[26]: perché gli fu riservato il privilegio di baciare i piedi dell’immagine sul lenzuolo completamente steso, privilegio invece negato, per esempio, al suo confratello Guillaume Bos? Malcolm Barber, che avea già notato l’incongruenza, ha insistito sul fatto che la stragrande maggioranza dei frati che hanno confessato l’adorazione dell’idolo era di basso grado, per nulla appartenente ad una particolare élite. Ma se tutti questi semplici frati conoscevano la natura dell’idolo, persino i fuoriusciti dall’Ordine, come poter pensare che essa fosse stata fino ad allora mantenuta nella più stretta segretezza? Ed infine, che senso può avere discutere del grado dei frati, dal momento in cui si sta parlando del giorno della loro ammissione nell’Ordine, quando tutti avevano il medesimo grado di “recluta”, cioè erano tutti al punto più basso della scala gerarchica? Occorrerebbe allora immaginarsi che le alte gerarchie templari fossero dotate del dono della preveggenza, sapendo già in anticipo a quali apprendisti Templari potevano rivelare l'esistenza dell'idolo fin dal primo giorno della loro ammissione, e a quali invece dovevano negarlo, sicuri del fatto che non avrebbero mai raggiunto una posizione ragguardevole. Forse Sabbatier fu arrestato prima di avere il tempo materiale di diventare un importante dignitario?

Queste domande, in realtà, se le sarebbe dovute porre la Frale stessa: per me hanno perso di valore dal momento in cui mi sono reso conto che questi cavalieri di Carcassonne non fecero altro che adorare - o raccontare ai loro aguzzini di aver adorato - un imprecisato oggetto di legno o di altro materiale che nulla aveva a che fare con un lenzuolo. E soprattutto che nulla aveva a che fare con un'immagine del Cristo. Per comprenderlo basta solo usare un po' di buon senso e ragionare su questa affermazione dell'autrice:

L'idolo veniva mostrato ai confratelli più che altro all'inizio della loro vita nel Tempio, la cerimonia con cui entravano a far parte dell'Ordine: è come se si volesse che il grande patrono dell'Ordine prendesse subito il nuovo Templare sotto la sua somma protezione, poi continuasse a proteggerlo sempre col potere della cordicella consacrata dal contatto[27].

L’idolo o la sindone, insomma, sarebbe un importante oggetto di adorazione per le reclute templari, sul quale addirittura venivano create delle reliquie di contatto (ma non si era appena detto che l’oggetto era tenuto in segreto, e mostrato solo a pochi eletti?). Ma se la Frale nel suo libro avesse riportato per intero la descrizione del rito di iniziazione narrato dal Templare Arnaud Sabbatier e di tutti gli altri, senza operare alcun taglio, il lettore si sarebbe immediatamente potuto rendere conto dell'impossibilità di presumere un tale contesto. Poniamoci dal punto di vista di colui che voglia accettare che il “legno” sia un “lino”, e che quel lino sia la sindone di Torino: una volta letta la testimonianza nella sua interezza dovremmo figurarci davanti agli occhi una scena surreale. Al neo-Templare viene presentata la sindone di Cristo aperta, contestualmente ad un crocifisso. Forse la sindone era adagiata su un tavolo, o altri frati la tenevano nelle mani? Ammettendo che sia stata  mostrata a Sabbatier anche solo metà del lenzuolo, di modo che lui potesse vedere l'intera immagine della figura umana del crocifisso e baciarne i piedi, dovremmo pensare ad un telo dalla lunghezza di più di due metri e dalla larghezza di più di un metro; se poi avessero voluto mostrargliela tutta (una vera e propria ostensione!), avrebbero dovuto stendere davanti ai suoi occhi un lenzuolo di quattro metri e mezzo. Ma assieme alla speciale reliquia i frati gli avrebbero anche presentato un crocifisso, inducendolo a sputare su di esso per ognuna delle tre volte in cui aveva baciato i piedi dell'immagine impressa sul lenzuolo. Ora, una volta completata la frase con le parole mancanti dal brano riportato nel libro della Frale, l’assurdità di questo rituale diventa palese: al Templare si richiederebbe di baciare l'immagine dei piedi insanguinati del Cristo deposto dalla croce, costringendolo contemporaneamente a sputare sull'immagine del medesimo Cristo raffigurato su una croce. Un gesto di adorazione ed uno di disprezzo compiuti sul medesimo Cristo a pochi secondi e pochi centimetri di distanza l'uno dall'altro. Penso che anche solo questo semplice ragionamento sia sufficiente per valutare quale sia la verosimiglianza dell'ipotesi centrale di tutto il libro.

A mo' di conclusione: questo libro, che mi ricorda da vicino analoghe pubblicazioni di autori come Michael Baigent, Richard Leigh ed Henry Lincoln, non mancherà di stuzzicare la fantasia di qualche romanziere alla Dan Brown. Senza dubbio l'operazione metterà in circolazione qualcosa che ha che fare con ciò che stava sui tavoli rovesciati da Gesù nel Tempio (Gv 2,13-17).

Per leggere la mia analisi delle presunte scritte latine, greche e semitiche rinvenute da Barbara Frale sulla sindone di Torino, premere qui


 

[1] Trésor des chartes de France, J413/25.

[2] Basterà consultare l’appendice all’ultima edizione di un famoso saggio dedicato al processo dei Templari, nella quale si dà conto di queste posizioni storiografiche differenziate: M. Barber, The Trial of the Templars, Cambridge, Cambridge University Press, 20062, pp. 294-311. Va osservato che le inchieste istruite contro i Templari al di fuori del territorio controllato dal Sovrano francese hanno fornito spesso risultati molto diversi e che, in generale, su alcuni dei punti contestati le deposizioni sono così differenti tra loro da rendere quasi impossibile un confronto.

[3] La sua complessiva visione del processo templare è ricostruita in B. Frale, L’ultima battaglia dei Templari, Roma, Viella, 2001.

[4] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, pp. 80-81.

[5] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 81.

[6] Cfr. Thesaurus linguae Latinae, vol. 6/1, Leipzig, Teubner, 19753, coll. 1657-1660; C. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, tomo 3, Niort, Favre, 1884, pp. 640-641; J. F. Niermeyer, Mediae latinitatis lexicon minus, Leiden, Brill, 1976, p. 459.

[7] Cfr. J. B. La Curne de Sainte-Palaye, Dictionnaire historique de l'ancien langage françois, 1875-1882, tomo 6, Niort, Favre, p. 343; F. Godefroy, Lexique de l'ancien français, Paris, Champion, 1990, p. 249.

[8] Premere qui per visualizzarloQui il lettore potrà trovare argomentazioni spesso coincidenti con quelle esposte qui, pienamente condivisibili.

[9] A. James-Sarazin - E. Marguin-Hamon (edd.), Grands documents de l’histoire de France, Paris, Archives nationales, 2007, p. 41.

[10] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 35; per la testa, T. Bini, Dei Tempieri e del loro processo in Toscana, in «Atti della reale accademia lucchese» 13 (1845), p. 465: “Predictum capud ponebatur in quodam pariete, et fratres venientes inclinabant se sibi sicut Deo et salvatori suo [...] Predictum capud habebat faciem quasi humanam et albam et habebat capillos nigros et crispos sive ricciutos, circa collum autem cum aliquantulum de humeris habebat aurea et non habebat effigiem alicuius sancti”.

[11] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 81.

[12] J. Michelet, Le procès des Templiers, vol. I, Paris, Imprimerie royal, 1841, pp. 190-191.

[13] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, pp. 81-82.

[14] P. Partner, I Templari, trad. ital., Torino, Einaudi, 1991, p. 79.

[15] H. Finke, Papsttum und Untergang des Templerordens, vol. II: Quellen, Münster, Aschendorff, 1907, pp. 321-324, §153.

[16] Cfr. Thesaurus linguae Latinae, vol. 7/2, Leipzig, Teubner, 19753, coll. 1441-1442; C. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, tomo 5, Niort, Favre, 1885, p. 115; F. Niermeyer, Mediae latinitatis lexicon minus, Leiden, Brill, 1976, p. 614. C. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, tomo 3, Niort, Favre, 1884, pp. 640-641.

[17] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 115.

[18] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 82.

[19] Jacques de Vitry, Historia Orientalis, 62: ”Saraceni [...] usque ad tempora presentia veniunt adorare. Imaginem Mahometi ponentes in templo nullum christianum permittunt intrare” (Iacobi de Vitriaco [...] libri duo quorum prior orientalis, sive hierosolymitanae, alter occidentalis historiae nomine inscribitur, Duaci, Belleri, 1597, p. 105).

[20] Baltimore, Walters Art Gallery, MS 10.137, fol. 1r. Miniatura riprodotta in M. Camille, The Gothic Idol. Ideology and Image-making in Medieval Art, Cambridge, Cambridge University Press, 1989, p. 136 (immagine disponibile premendo qui). Per la confessione di Cecco Nicolai, A. Gilmour-Bryson, The Trial of the Templars in the Papal State and the Abruzzi, Città del Vaticano, Biblioteca apostolica vaticana, 1982, p. 133: “Ostendit sibi quodam ydolum quod ut sibi videtur erat de metallo, cuius forma erat ad similitudinem unius pueri erecti stantis et statura ipsius ydoli erat quasi cubitalis”.

[21] J. Michelet, Le procès des Templiers, vol. ii, Paris, Imprimerie royal, 1841, p. 363: “Dictum caput habebat quatuor pedes, duos ante ex parte faciei, et duos retro”.

[22] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 72.

[23] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 82.

[24] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 50.

[25] “Ciascuno si cinge sopra la camicia di una cordicella che deve portare sempre, per tutta la vita; queste cordicelle sono state toccate e messe intorno a un idolo che ha la forma d'una testa d'uomo con lunga barba, testa che essi baciano e adorano nei loro capitoli provinciali: ma questo non lo sanno tutti i frati, è noto solo al Gran Maestro e agli anziani”. Traduzione riportata da B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 40.

[26] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 83.

[27] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 189. 


 
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