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Documento: La filologia e i suoi problemi - Introduzione alla filologia
Messo in linea il giorno Sabato, 29 settembre 2001
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Materiali scrittorî

Immaginiamo uno scrittore latino (o greco) di 1500-2000 (e più) anni fa. Egli intende scrivere una poesia, un’opera di storia o un’opera filosofica. Incomincia a prendere appunti. Per farlo, usa uno stiletto (stilus, graphéion o graphiur) di metallo (ferro o bronzo) o di avorio, appuntito da una parte, per incidere, e piatto dall’altra, per cancellare (stilum vertere = cancellare).

Donna con tavoletta di cera Donna con tavoletta di cera e stilo

Incide le lettere direttamente su tavolette di legno duro lisciato ed imbiancato, o su tavolette lignee od eburnee spalmate di cera o gommalacca fusa (tabulae, tabellae, cerae, in greco ptychái, ptýchia, da ptússô, piegare), due o più tavolette (fino a 10) tenute insieme da legacci che passavano per fori praticati nel bordo interno (due tavolette: díptycha, cfr. l’italiano dittico; tre: tríptycha, trittico; quattro: tetráptycha, etc.). Ne abbiamo delle raffigurazioni in affreschi di Pompei, e ce ne sono arrivate alcune: nel 1875, nella casa del banchiere Cecilio Giocondo, a Pompei, furono scoperte centinaia di tavolette degli anni 15-62 d.C. Il legno era carbonizzato, la cera scomparsa, ma alcune lettere sono ancora leggibili perché lo stilo aveva graffiato il legno (si tratta di conti).

Poi (già nel I sec. a. C.) dal mazzetto di fogli lignei si passa al mazzetto di fogli di pergamena, più leggeri e anch’essi riutilizzabili, perché si poteva cancellare l’inchiostro lavandolo o grattandolo. A materiali di questo genere si riferisce appunto Paolo quando chiede a Timoteo: “Portami anche i libri e specialmente le membrane (2 Tim. 4, 13) (membránas sia in latino sia in greco)”.

In seguito, il nostro scrittore antico si accinge alla stesura vera e propria della sua opera, che solitamente dettava ad uno scriba. Per scrivere si usavano due tipi di materiale: il papiro (più anticamente) e la pergamena (in prevalenza, a partire dal I sec. d. C.).

Pianta di papiro Pianta di papiro

Il papiro (pápyros, in latino charta) era ricavato dall’omonima pianta, una specie di canna egiziana che raggiunge l’altezza di tre o quattro metri. Il fusto (il midollo, da cui veniva tolta la corteccia esterna) era tagliato in strisce, nel senso della lunghezza, che venivano disposte parallelamente l’una vicina all’altra e inzuppate d’acqua. Su un primo strato se ne disponeva un altro trasversalmente, poi i due strati erano compressi e lasciati asciugare (cfr. Plinio, Naturalis Historia XIII, 68-89, capp. 21-28). I fogli così ottenuti erano poi incollati a formare un rotolo (kýlindros = cilindro, in latino volumen). Il rotolo di solito era molto lungo (ce ne sono arrivati di quelli lunghi anche più di 10 metri), ma non molto alto (secondo Plinio, si andava all’incirca dai 24 cm. delle carte migliori, agli 11 delle peggiori1). Ogni rotolo serviva a ricevere la trascrizione di un’opera letteraria completa: ecco quindi la divisione in «libri» delle opere letterarie antiche.

Rotolo Rotolo di papiro

Sul rotolo si scriveva in colonne (paginae, schedae, in greco selídes. In Antologia Palatina IX, 251 si parla di un selidêfágos, uno che divora i fogli dei libri, a proposito di un lettore accanito). Le colonne avevano righe di 35 lettere circa (15 sillabe), leggermente inferiore alla larghezza delle righe di un libro d’oggi, corrispondenti ad un verso omerico di media lunghezza. La scrittura correva parallelamente al bastoncino sul quale il rotolo era avvolto. Al fondo del rotolo si faceva il calcolo delle linee (stíchoi) scritte, cioè la sticometria, in base alla quale si pagava lo scriba; una volta che di un’opera s’era fatta la sticometria, gli amanuensi delle copie posteriori ricopiavano anche la sticometria. Callimaco, quando compilò il catalogo della biblioteca di Alessandria, nel III sec. a. C., vi segnò per ciascuna opera anche il suo numero di stichi. Nel 301 Diocleziano fissò la retribuzione dei copisti all’ammontare di 25 denarii per 100 righe in scritti di prima qualità, e di 20 per scritti di seconda qualità.

Per lo più si scriveva solo sulla parte interna del rotolo (recto), ove le fibre del papiro erano orizzontali, che era più protetta. Quando, per risparmiare, si scriveva anche sulla parte esterna (verso), il rotolo è detto opistografo (da ópisthen = dietro).

Ci sono arrivati molti papiri: particolarmente importanti sono quelli di Ossirinco e quelli di Ercolano. Questi ultimi appartenevano alla biblioteca di Filodemo di Gadara, filosofo epicureo (metà del I sec. a.C.), ospitato da L. Calpurnio Pisone, suocero di Cesare, in una villa ad Ercolano. Sono stati ritrovati circa 1800 rotoli carbonizzati, alla metà del 1700; con le tecniche odierne possono essere svolti e letti.

Dione Crisostomo (30-117 d.C.) dice che già ai suoi tempi erano pregiati i papiri antichi, vecchi di uno o due secoli; certi librai disonesti li invecchiavano artificialmente immergendoli nel grano per ingiallirli.

Volumen Volumen - Lipsanoteca del V-VI secolo d.C. - Brescia, Museo di S. Giulia

I volumina non erano facili da leggere: bisognava usare entrambe le mani, la destra per tenere il rotolo, la sinistra per tener ferma la parte iniziale srotolata e per arrotolarla via via che la lettura procedeva; arrivati alla fine, bisognava riavvolgerlo nel senso opposto. “Srotolare il rotolo” in latino è explicare volumen (in greco exeiléin bíblon o kylíndron). “Arrotolare” invece si dice plicare = piegare (eiléin). Liber explicitus significa “libro letto fino alla fine”; di qui l’abbreviazione explicit (= explicitus) posta alla fine di un’opera, abbreviazione che, per analogia con incipit liber nel titolo, fu scambiata con la III persona singolare del presente di un verbo explicere che non esiste, dando origine a frasi del tipo explicit liber.

Sul papiro, via via prevale l’uso della pergamena (pergamené = di Pergamo, sottinteso diftéra, pelle conciata, o dérma, la pelle, in latino membrana). Secondo la tradizione fu Eumene Il re di Pergamo (197- 158 a.C.) a inventarla, in un momento in cui il papiro scarseggiava perché l’Egitto ne vietava l’esportazione; più probabilmente fu lui a dare impulso alla sua diffusione. La pergamena era fatta con pelli di pecora (cfr. l’italiano cartapecora), di capra, di montone, di vitello, messe a bagno in acqua di calce, rasate dei peli, pulite, essiccate, imbiancate con calce, levigate con pomice, tagliate per formare fogli.

Solitamente, questi venivano piegati in quattro e davano origine ai quaternioni (quaterniones, in greco tetrádes, tetrádia) che, rilegati insieme, davano il codex. Il codex è il vero antenato del libro moderno. La forma del codex fu usata già per i papiri, soprattutto in ambiente cristiano, ma trovò larga applicazione in particolare con la pergamena. Può esser vera l’ipotesi che siano stati i Cristiani i primi ad adottare per le scritture la forma del codice, al posto del volumen, nel deliberato tentativo di differenziare le consuetudini della Chiesa da quelle della Sinagoga e del paganesimo. I motivi del passaggio dal papiro alla pergamena non sono chiari e sono state formulate varie ipotesi. Rispetto al papiro, la pergamena sembra presentare dei vantaggi tali da renderla preferibile: è più comoda per la lettura, solida (il papiro si conserva solo in ambienti caldi e secchi), economica (il papiro deve essere importato dall’Egitto)2. Solitamente si associa il papiro al volumen, e la pergamena al codex; in realtà, abbiamo anche qualche caso di codici papiracei e rotoli pergamenacei.

Penna e calamaio Penna e calamaio romani del I secolo d.C.

Sul papiro e sulla pergamena si scrive col calamus, kálamos, una canna vegetale tagliata ed appuntita con un temperino (scalptum); cfr. Girolamo: “Lo stilo scrive sulla cera, il calamo sul papiro o sulla pergamena” (Epistula LXV, 7)3. Dal VI sec. d.C. si usano penne di animali (oca), anche se nel medioevo i termini calamus e penna si confondono volentieri.

L’inchiostro (atramentum = color nero; encaustum = fatto a fuoco) era prodotto con ingredienti vegetali e si cancellava con una spugna bagnata. Si usavano fuliggine delle lampade, fondi di vino e nero di seppia, mescolati con sostanze gommose vegetali, diluite con acqua (nerofumo). Ci sono anche inchiostri a base metallica, dal III sec. d.C.

La carta fatta di stracci macerati in acqua costituirà materiale scrittorio in Occidente dal XIII secolo (in Italia, nella seconda metà del XIII sec, abbiamo le cartiere di Fabriano); le origini della carta sono orientali, cinesi, ed essa fu introdotta nel mondo arabo nel secolo VIII, e in quello bizantino nell’XI.

Esiste una classe particolare di manoscritti, detti palinsesti (da pálin pséô, raschio di nuovo) o codices rescripti, nei quali la scrittura è stata raschiata via per lasciare il posto alla scrittura di un secondo testo. Il problema del reimpiego dei codici ammette due soluzioni: quella economicista (riutilizzo di pelli per risparmio o scarsità di mezzi), o quella ideologica (eliminazione dei testi pagani in favore di quelli religiosi). Lo studio quantitativo dei palinsesti non sostiene la convinzione di una programmatica eliminazione della letteratura pagana; sono numerosisimi i testi cristiani eliminati in favore di altri testi cristiani (ad esempio le traduzioni della Bibbia anteriori alla Vulgata di Girolamo)4. Si ricordi la scoperta e la pubblicazione nel 1822 da parte di Angelo Mai, bibliotecario della Vaticana, di un palinsesto contenente il De Republica di Cicerone; purtroppo i reagenti chimici usati allora per far riaffiorare la scrittura sottostante, hanno danneggiato i codici; oggi si fa uso dei raggi ultravioletti.


NOTE AL TESTO

1 Naturalis Historia XIII, 78; trad. ital. a cura di G. B. CONTE, Storia naturale, Torino, 1983, vol. III/1, p. 136.

2 Sull’argomento cfr. T. C. SKEAT, La produzione libraria cristiana delle origini: papiri e manoscritti, trad. ital., Firenze, 1976.

3 Stilus scribit in cera, calamus vel in charta vel in membranis.

4 Cfr. E. A. LOWE, Codices rescripti, in Mélanges Eugéne Tisserant, Città del Vaticano, 1964, vol. V, pp. 67-113.




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