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Documento: Il contesto storico (dal 67 a.C. al 135 d.C.)
Messo in linea il giorno Lunedý, 31 dicembre 2001
Pagina: 2/16
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Erode il Grande (37-4 a.C.)

Anche dopo la morte di Pompeo e l’avvento di Giulio Cesare, Antipatro continuò nella sua ascesa al potere; come ricompensa dell’aiuto dato a Cesare nella sua campagna d’Egitto, nel 47 venne nominato procuratore (epÝtropos) della Giudea e cittadino romano. Approfittando del suo strapotere, prima di morire avvelenato, egli assicurò una buona posizione ai suoi figli Fasaele ed Erode, designandoli rispettivamente come governatori (strategˇi) di Gerusalemme e di Galilea. Erode, poi soprannominato “il Grande” da Flavio Giuseppe, ottenne da Caio Cassio Longino anche il titolo di governatore della Celesiria e della Samaria. Una volta sedata una rivolta di Antigono, figlio di Aristobulo, Erode ebbe in sposa la figlia di Ircano Mariamme; per convolare a nozze con essa, dovette ripudiare la prima moglie Doride, con la quale si era precedentemente sposato.

Nel 40 i Parti occuparono la Siria romana e nominarono Antigono re di Giudea; Ircano venne reso inabile al sommo sacerdozio, Fasaele si uccise, ed Erode fuggì a Roma. Quest’ultimo, accordatosi con Antonio ed Ottaviano (Cesare era stato assassinato nel 44), ricevette il titolo di re di Giudea, e con l’aiuto dell’esercito romano riprese il controllo della Giudea nel 37; caso insolito nella storia delle conquiste romane, il re Antigono, privato del trono di Gerusalemme, venne fatto decapitare.

Ottenuto definitivamente tutto il potere nelle proprie mani, Erode fu sempre “amico e alleato” di Roma (per usare un’espressione dello storico di corte Nicola di Damasco), passando dopo la battaglia di Azio (31) dall’alleanza con Antonio a quella con Ottaviano Augusto, che gli concesse grande libertà nel governare.

Erode durante il suo regno (37-4 a.C) si distinse per le numerose opere monumentali di cui disseminò non solo il suo territorio, ma anche le regioni limitrofe: la munificenza del re rifulse soprattutto nell’ampliamento e abbellimento del Tempio di Gerusalemme, i cui lavori iniziarono nel 20 e terminarono solo nel 63; anche i discepoli di Gesù non poterono non ammirare i solidi basamenti dei sacri edifici costruiti da Erode1. Egli inoltre costruì e abbellì numerose città, come Cesarea, in onore di Augusto, ove fece anche costruire un palazzo che divenne la residenza del procuratore della Giudea (Cfr. At 23,352); Antipatride e Fasaelide in ricordo del padre e del fratello, Sebaste, Tiro, Sidone, Damasco e Rodi, spingendosi a lasciare memoria della propria grandezza sino ad Atene. Grande cura impiegò nell’edificazione e nel restauro di fortificazioni, Ircania, l’Alexandreion, Macheronte e Masada.

D’altra parte egli fu anche un re passato alla memoria per la sua ferocia: il ritratto di sovrano sanguinario è già presentato da Giuseppe Flavio, che lo chiama “uomo crudele verso tutti indistintamente, dominato dalla collera”3. Impressionante la lista delle sentenze di morte da lui pronunciate: nel 37, appena ottenuto il potere, fece assassinare il già ricordato Antigono e quarantacinque aristocratici del suo partito; nel 35 fece affogare in una piscina di Gerico il sommo sacerdote asmoneo Aristobulo, fratello di sua moglie Mariamme; nel 34 fece uccidere lo zio Giuseppe, che era anche marito di sua sorella Salome; nel 30 il vecchio Ircano II; nel 29 sua moglie Mariamme, per un pettegolezzo di corte, e la di lei madre Alessandra, a causa di una congiura; intorno al 25 manda a morte il nuovo marito della sorella Salome, Kostobar, ed alcuni partigiani degli Asmonei; nel 7, assieme a trecento ufficiali, i suoi figli Alessandro e Aristobulo che tornavano da Roma, nonostante le resistenze di Augusto (l’imperatore ebbe a dire, secondo Macrobio, che “è meglio essere un porco di Erode che un suo figlio”4); nel 4, cinque giorni prima della morte, fece uccidere anche l’altro suo figlio Antipatro, erede al trono designato, che voleva avvelenarlo. Il vangelo di Matteo attribuisce ad Erode anche la soppressione dei fanciulli dai due anni in giù nella zona di Betlemme, la cosiddetta strage degli innocenti5.

Le relazioni di Erode con Roma erano ottime: egli era considerato un re alleato e potÚ conservare il trono in quanto, come compendia Cicerone, “è sempre stato costume del popolo romano di restituire il regno anche ai vinti”6. Con il tempo, le limitazioni di potere e le imposizioni romane vennero meno: i tributi a Roma sparirono del tutto, le truppe romane abbandonarono la Giudea per non farvi ritorno se non alla morte del re, ad Erode fu data la pienezza dei poteri legislativi, amministrativi e giudiziari (il Sinedrio, depositario di tali poteri, ne venne esautorato e, a quanto pare, fu convocato una sola volta in più di trent’anni di regno).

Tuttavia, come ogni re vassallo di Roma, Erode fu sottoposto ad alcune limitazioni nell’esercizio del potere: non poteva coniare monete auree o argentee con il proprio nome, non aveva il potere capitale sui membri della propria famiglia, doveva sottoporre all’imperatore il nome del suo successore designato, non poteva muover autonomamente guerra. L’obbligo di far giurare ai suoi sudditi fedeltà all’imperatore, a causa dell’empietà di un tale giuramento agli occhi degli Ebrei, gli causò non pochi problemi.

Quanto alla sfera religiosa, Erode fu per lo più rispettoso dei costumi e delle tradizioni giudaiche: fu estremamente scrupoloso nella costruzione del Tempio, rispettandone lo stile e le misure tradizionali; non permise che esso fosse violato dall’ingresso di persone non autorizzate ad entrarvi, lui compreso, nemmeno per i lavori (per i quali fece addestrare i sacerdoti stessi); non utilizzò monete con effigi umane nÚ introdusse trofei pagani; seguì la procedura giudaica anche per la pena di morte, limitandosi alla decapitazione, alla forca, al rogo e alla lapidazione, senza servirsi della romana crocifissione.

Tuttavia, nella sua vita personale e specie nelle città lontane da Gerusalemme, ancor più negli ultimi anni del regno, non si fece scrupolo di violare le giudaiche consuetudini: eresse templi pagani, depose e nominò a suo piacimento i sommi sacerdoti, violò la tomba di Davide, introdusse a corte un gran numero di Greci, fece educare due suoi figli a Roma, ebbe almeno dieci mogli, fino ad arrivare all’atto sconsiderato di far collocare contro la legge giudaica un’aquila d’oro sulla porta est del Tempio. Nei suoi ultimi giorni di vita, Mattia e Giuda, che avevano incitato alcuni giovani a rimuoverla, credendo che Erode fosse morto e quindi non più in grado di intervenire, vennero da lui mandati al rogo.

Durante il regno di Erode, la situazione economica conobbe un evidente miglioramento, e non mancarono gli interventi che provocarono il plauso del popolo: oltre al citato programma edilizio, la diminuzione delle tasse per i più poveri, il mantenimento dell’ordine pubblico, la dispensa dal giuramento di fedeltà di alcuni sudditi (tra cui gli Esseni), le opere commerciali e agricole. Si narra inoltre che durante una carestia il popolo venne sfamato e vestito grazie al suo oro personale. Le sue riforme dello stato e trasformazioni sociali lasciarono un segno duraturo; il sistema di riscossione fiscale affidata ai pubblicani, ricordata dai vangeli, fu da lui organizzato.

Nell’autunno del 5 il re cadde ammalato e dovette trasferirsi a Gerico ove nell’anno successivo, cinque giorni dopo l’uccisione di Antipatro suo figlio, morì. Correva l’anno 750 dalla fondazione di Roma.


1 Mc 13, 1: “Mentre usciva dal Tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!»

2 “Gli disse: «Ti ascolterò quando saranno giunti anche i tuoi accusatori». E ordinò che fosse custodito nel pretorio di Erode”.

3 Antichità giudaiche XVII, 191.

4 Melius est Erodis porcum esse quam filium (Saturnalia II, 4, 11). I porci, per lo meno, non venivano uccisi perchÚ il giudaizzato Erode non poteva cibarsene.

5 Mt 2, 16: “ Allora Erode, vistosi ingannato dai Magi, si adirò fortemente e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e dei dintorni, dai due anni in giù, in considerazione del tempo preciso indicatogli dai Magi”.

6 Populus romanus etiam victis regibus regna reddere consuevit; Pro Sextio XXVI.




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