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Documento: Maria negli Apocrifi
Messo in linea il giorno Domenica, 08 gennaio 2006
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4. Transiti o Dormizione di Maria

 

Presentazione dei Transiti

Una forma peculiare che è stata elaborata relativamente a Maria è quella degli scritti incentrati sulla fine della sua vita: vengono indicati col titolo di "Transiti" (lat. Transitus), ma si parla anche di "Dormizione" (Dormitio) di Maria, con allusione al fatto che non si è trattato di una morte normale e non c'è stata corruzione delle sue spoglie; è già in qualche modo implicito il concetto di "assunzione". Possediamo almeno una quarantina di opere di questo tipo, in varie lingue. Esse presentano uno schema di base a grandi linee comune, ma con numerose varianti. Sono tuttora oggetto di studi; in particolare si discute se dipendano da un unico archetipo (Erbetta) o se già in origine ci siano state due forme distinte (Norelli).

Lo schema di base, e comunque il più antico, è il seguente. Successivamente all'ascensione di Gesù, Maria, che dimora a Gerusalemme, riceve da un messaggero celeste la notizia della sua prossima dipartita e Maria si prepara, sia fisicamente sia spiritualmente. In preda all'ansia, prega il Figlio chiedendogli di venire personalmente a prendere la sua anima. Convoca quindi parenti e conoscenti perché le stiano vicino. Riceve la visita degli apostoli (prima Giovanni, poi gli altri), che giungono ciascuno dai luoghi di missione, trasportati prodigiosamente. Maria esprime le sue ultime volontà. L'ultima notte è una veglia di preghiera e meditazione; al mattino giunge il Signore a prelevare l'anima di Maria e portarla in cielo. Il corpo invece viene seppellito dagli apostoli in una tomba nuova. Durante il corteo funebre si verificano attacchi dei giudei, che vorrebbero impadronirsi del corpo di Maria per bruciarlo, ma vengono prodigiosamente bloccati. Al terzo giorno dopo la sepoltura il corpo di Maria viene portato via dalla tomba da Gesù e dagli angeli e recato in paradiso, dove viene ricongiunto con l'anima.

Tra i testi che seguono questo modello c'è il Transito R, che leggiamo.

Rispetto a questo schema le varianti più consistenti riguardano l'epoca e il luogo della morte, ma anche altri particolari. La morte può avvenire il secondo anno dopo l'Ascensione oppure parecchi anni più tardi; talora risulta che Maria abita a Betlemme, invece che a Gerusalemme, o comunque a Betlemme incontra gli apostoli; il messaggero che annuncia la morte può essere un angelo oppure Gesù stesso; questi porta a Maria una palma oppure un libro, da consegnare agli apostoli; talora viene sviluppato l'elemento prodigioso; alcune versioni prevedono che alla fine il corpo in paradiso non sia immediatamente ricongiunto con l'anima, ma rimanga, incorrotto, in attesa della risurrezione ultima e generale, ma c'è anche chi pensa ad una traslazione al cielo di anima e corpo insieme. Alcuni testi si concludono con un viaggio nelle dimore dei beati e dei dannati da parte di Maria con gli apostoli.

Non è pensabile che in questi scritti sia presente qualche elemento storico. Del resto il vescovo Epifanio di Salamina, vissuto a lungo vicino a Gerusalemme, asseriva chiaramente verso il 377 (Panarion 78,11.24) che la Scrittura non dice nulla sulla fine di Maria e che nessuno sa come avvenne, pur supponendo che doveva essere accaduto allora qualcosa di grandioso. Piuttosto la tradizione ha elaborato il racconto per scopi edificanti e dottrinali. Nella figura di Maria si è cercato di delineare un modello di credente capace di superare la paura della morte con la fiducia in Cristo. In alcuni tratti si sono suggerite somiglianze con il destino di Gesù stesso (comparsa di un angelo, presenza degli apostoli, ostilità giudaica). D'altra parte il destino speciale di Maria, fin da ora vivente in cielo e presente accanto al Figlio, la addita come strumento efficace di mediazione e di intercessione a favore dei fedeli in terra.[22]

Per quello che si può ricavare dagli studi, risulta che il genere dei Transiti non è sorto anteriormente al V secolo e si è sviluppato in corrispondenza con la nascita del culto mariano dopo il Concilio di Efeso (413); certamente ha contribuito all'elaborazione della mariologia. Il decreto dello Pseudo-Gelasio, verso il 500, censura un Transito di Santa Maria, che dovrebbe rappresentare il modello originario. Ma questo tipo di scritti, come del resto già era avvenuto per i Vangeli sulla natività di Maria, viene poi recuperato all'ortodossia da rappresentanti dell'istituzione ecclesiastica, che a loro volta ne compongono di simili. L'omiletica diventa un tramite efficace. A partire dalla fine del VI secolo in oriente viene istituita la festa della dormizione di Maria (15 agosto), che un secolo dopo si estenderà anche all'occidente. Dall'VIII secolo ricevette il nome di Assunzione. I Transiti entrarono nell'uso liturgico. Vi hanno poi attinto scrittori, teologi e artisti.

 

Transito R (= Romano)

Il testo, in greco, è stato scoperto nel 1955 da A. Wenger in un manoscritto dell'XI secolo. Il titolo di Transito Romano dipende dal fatto che il manoscritto appartiene alla Biblioteca Vaticana. Risulta essere uno dei Transiti più vicini al modello originale.

L'intestazione (o titolo) premesso allo scritto è di carattere liturgico; secondo Erbetta, nel manoscritto c'è alla fine la formula "Signore, benedici". L'autore attribuisce la propria opera all'evangelista Giovanni che, come risulta dal contenuto stesso (cap. 15 ss.), è stato l'apostolo più vicino a Maria negli ultimi giorni della sua vita: dunque un testimone oculare, e molto autorevole.

La struttura di base del racconto è quella sopra delineata, con sviluppi particolari di alcuni elementi: le preghiere, l'incontro con gli apostoli, l'episodio del sommo sacerdote.

Nello scritto si riscontrano concezioni, simboli ed espressioni collegate con ambienti giudeo-cristiani e gnosticizzanti: si notino in particolare il titolo di "grande angelo" attribuito a Gesù Cristo,[23] i contenuti arcaici delle preghiere (cfr. capp. 10-12;[24] 24-25; 29). Si tenga però conto del fatto che nella sua sostanza il genere dei Transiti è estraneo allo spirito gnostico, in quanto mira a difendere la convinzione che Maria è stata assunta in cielo anima e corpo: nella mentalità gnostica l'elemento corporeo è invece disprezzato ed escluso dalla salvezza.

Forte è l'intonazione apocalittica dell'insieme, caratterizzato da apparizioni angeliche (capp. 2, 33, 38, 47), rivelazioni segrete (capp. 3, 15, 20, 45), lo stesso Monte degli Ulivi come luogo di rivelazione (cap. 4),[25] terremoti (capp. 4, 9), venuta di personaggi sulle nubi (capp. 15, 22, 26, 28, 33, 47), tuoni (capp. 22, 33).

Si possono riscontrare numerosi riferimenti e allusioni alle Scritture canoniche, seppure con reinterpretazioni, anche molto libere. Tra i Vangeli, è richiamato soprattutto quello di Giovanni (del resto è presupposto che sia lui l'autore del Transito); si vedano, ad es.: la figura di Giovanni, identificato col discepolo amato che durante la cena posava il capo sul petto di Gesù (capp. 15, 27: cfr. Gv 13,25); l'affidamento di Maria a Giovanni (cap. 15: cfr. Gv 19,26-27); le lampade accese, simbolo di attesa vigile (capp. 13, 30, 31: cfr. Lc 12,35; Mt 25,1 ss.);[26] l'episodio di Pietro smascherato dalla portiera (cap. 40: cfr. Gv 18,17), la cacciata dei mercanti dal tempio (cap. 41: cfr. Gv 2,16). Ci sono citazioni esplicite di Salmi: Sal 133(132),1 nel cap. 23 ("Non c'è nulla di più dolce e più bello per i fratelli che dimorare insieme!"); Sal 114(113),1 nel cap. 37 ("Israele uscì dall'Egitto"). Alcuni elementi appaiono del tutto inediti e singolari: ad es., sarebbe stata Maria a chiedere a Gesù di avere qualcuno che la custodisse dopo la morte di lui; viene perfino ipotizzato che ella fosse presente all'ultima cena e avesse parlato con Gesù (cap. 15).

 

Maria nel Transito R

L'esistenza di una dottrina definita e di un culto istituito per Maria si evincono già dagli appellativi che la caratterizzano: "la madre di Dio", "tutta santa" (titolo); "sempre vergine" (cap. 1), "madre di tutti i salvati" (cap. 28), "la nostra madre" (cap. 31), "madre del Signore" (cap. 33), "tesoro inviolato" (cap. 36), "vergine madre di Dio e madre pura", "tempio di Dio e porta del cielo" (cap. 42), "colomba senza macchia" (cap. 43). Inoltre si parla di "concezione verginale", "generazione senza corruzione", "incarnazione in lei di Dio" (cap. 1), con terminologia dottrinale. Alla verginità viene attribuito particolare rilievo: proprio perché vergine, l'apostolo Giovanni, e solo lui, condivide con Maria la conoscenza del "mistero" (cap. 15).

Nel corso del racconto Maria appare come la destinataria privilegiata di grandi onori, che la collocano su un piano superiore non solo a quello di tutti i comuni mortali, ma anche a quello degli apostoli.

Si può notare innanzitutto l'importante segno di distinzione e glorificazione costituito dalla palma [27] che le viene data dal grande angelo, e che Maria tiene in mano [28] per poi consegnarla agli apostoli affinché la portino davanti al suo feretro. Proviene dal Padre stesso e dal paradiso (cap. 2);[29] è dotata di poteri misteriosi: si svela a chi crede e rimane nascosta a chi non crede;[30] fa sussultare il monte degli Ulivi e piegare gli alberi in adorazione (cap. 4), provoca una scossa anche alla casa di Maria (cap. 9). Per gli apostoli portarla è un privilegio che spetta al primo di essi: per umiltà Giovanni rifiuta di prenderla (cap. 21); invece Pietro vorrebbe che fosse proprio Giovanni a portarla perché è vergine (cap. 37); alla fine, per non far torti, viene deposta sul feretro stesso (cap. 37); provoca poi la punizione del sommo sacerdote che afferra il feretro dove essa si trova (cap. 39), ma, dopo il pentimento di quest'ultimo, gli viene da Pietro affidata perché possa servire per restituire la vista ai giudei che crederanno (cap. 44).

Solo a Maria, e in forma di rivelazione speciale che avviene sul Monte degli Ulivi, spetta di conoscere direttamente il nome del grande angelo, solo a lei viene trasmessa una speciale preghiera di origine divina; essa comunicherà nome e preghiera agli apostoli, ma in forma di mistero; gli altri uomini non possono invece conoscerli (capp. 3-4; 7-8). E' lei a possedere un libro, scritto dal Figlio a cinque anni, in cui era contenuta una rivelazione sul cosmo e sulla storia della salvezza, compresi gli apostoli (cap. 20). La convocazione degli apostoli avviene senza che loro stessi siano consapevoli del motivo (cap. 16: neppure Giovanni lo sa; cap. 22: arrivano tutti gli altri chiedendosi perché). Tocca a Maria comunicarlo a Giovanni e poi Giovanni agli altri.

Omaggi eccezionali le sono destinati: la venuta del Figlio insieme a tutte le schiere celesti, inni di angeli, inni degli apostoli (capp. 7-8, 33, 37). Il suo corpo viene ricongiunto con l'anima in paradiso (cap. 48).

Ci sono somiglianze tra Maria e Gesù nella conclusione della vita: viene esplicitamente detto che il suo corpo sarà portato in alto il quarto giorno, così come Gesù è risorto il terzo giorno (cap. 5). Forse la piccola differenza (quarto invece che terzo) indica che comunque Maria sta un gradino sotto Gesù. Un indizio della posizione particolare di Maria accanto a Gesù e agli apostoli è il fatto che si allude ad una sua presenza all'ultima cena (cap. 15).

Pur con privilegi tutti suoi, viene sottolineato il legame materno e sororale di Maria nei confronti degli apostoli, ma anche di tutti i credenti: Giovanni la chiama "sorella mia Maria, divenuta madre dei dodici nomi" (cap. 16); "Madre e sorella mia" (cap. 21); gli altri apostoli: "Sorella nostra, madre di tutti i salvati" (cap. 28); "madre nostra" (cap. 31). Pietro afferma che "la luce della sua lampada riempì il mondo tutto e non si estinguerà finché il secolo sia terminato, perché quanti desiderano ricevano da lei coraggio e voi abbiate pure la benedizione della quiete" (cap. 31): a Maria è dunque affidata una missione universale di consolazione.

Maria viene tratteggiata come modello di fede e il suo comportamento davanti alla morte deve servire da esempio per i credenti. Si preoccupa di sapere se per andare in paradiso bastino la santità e l'elezione, oppure occorrano sacrifici particolari o l'invocazione del nome del Signore (cap. 6); purifica il suo corpo (cap. 9); prega intensamente e più volte (capp. 10-12, 29, 34), e anche se non è esente da timori per i possibili attacchi delle potenze ultraterrene e di quelle terrene (capp. 12, 17), manifesta piena fiducia nelle promesse di Gesù. Scoppia in singhiozzi all'arrivo di Giovanni, ma poi si calma (capp. 15-16) ed è in grado di frenare il pianto altrui (cap. 19).[31] Desidera circondarsi di affetti e conforto umani: vuole i parenti e i vicini presenti e partecipi della preghiera e trascorre con loro del tempo parlando della grandezza e delle meraviglie di Dio (capp. 13-14),[32] chiede ansiosamente a Giovanni di non abbandonarla (cap. 15), di proteggere il suo corpo (cap. 17). Nelle sue disposizioni testamentarie manifesta carità (cap. 20). Nell'imminenza della fine si mostra serena: si siede in mezzo agli apostoli e ascolta gli insegnamenti di Pietro (capp. 30-31);[33] ancora prega, poi si stende sul letto (cap. 32); accoglie il Signore col volto sorridente (cap. 34).

 

Maria è indubbiamente protagonista dell'intero racconto, tuttavia non manca un certo interesse per i rapporti interni al gruppo degli apostoli, che sembrano riflettere dibattiti relativi alla dignità e al primato di Pietro. Giovanni risulta avere un posto speciale, accanto a Gesù e a Maria (cap. 15); anche Pietro e Andrea lo diranno "preferito dal Signore" (cap. 26). Pietro viene menzionato da Giovanni stesso come "uno maggiore di me" (cap. 20). All'apparire del gruppo, si dice che Pietro era il primo, Paolo viene collocato come secondo e si precisa che era "inserito nel numero degli apostoli. Difatti possedeva allora l'inizio della fede in Dio" (cap. 22); più avanti egli stesso si dichiarerà neofito e appena all'inizio della fede, si sentirà inferiore per non aver conosciuto direttamente il maestro e non aver ricevuto le rivelazioni dei misteri che gli altri apostoli avevano ricevuto sul Monte degli Ulivi (cap. 45). Gli altri apostoli non vengono menzionati per nome (tranne Andrea: cap. 26). Pietro invita alla preghiera esprimendo riconoscenza per la presenza di "Paolo, gioia della nostra anima" e si instaura un dialogo tra i due in cui si esprime compiacimento per l'incontro. Dopo una gara a cedere l'uno all'altro l'onore di intonare la preghiera, è a Pietro che gli altri apostoli riconoscono la massima autorità ("tu sei stato posto su noi") e Pietro accetta (cap. 23). E' poi Pietro che tiene un'istruzione durante la veglia notturna per incoraggiamento degli altri apostoli che dicono: "Chi è più saggio di te?" (cap. 31). Nel momento del trapasso Pietro sta seduto al capezzale, Giovanni ai piedi e gli altri intorno al letto (cap. 32). Un'altra gara si svolge per stabilire chi deve tenere la palma e cantare davanti al feretro e alla fine la palma viene posta direttamente sul feretro mentre è Pietro a intonare l'inno (cap. 37). Nella conclusione Cristo stesso promette a Paolo, che non ha ricevuto la rivelazione dei misteri sulla terra e desidera averla, di riceverla nei cieli (una sorta di preannuncio di un'"apocalisse di Paolo").

 

Un altro tema che si inserisce con uno sviluppo proprio, forse giustificato da ragioni apologetiche, è l'incidente che ha per protagonisti sacerdoti giudei (capp. 38-44). Essi sono presentati come invasati dal demonio nella loro volontà di uccidere gli apostoli e bruciare il corpo di Maria, come vendetta postuma contro Gesù. Vengono puniti con la cecità; al sommo sacerdote, che afferra il feretro, le mani si staccano dalle braccia. Successivamente però si ha un dibattito tra il sommo sacerdote e Pietro: il primo cerca di giustificare il comportamento suo e dei compagni, sostenendo che essi avevano sempre creduto in Gesù Figlio di Dio, ma che erano stati accecati dall'amore per il denaro. Dimostra pentimento e chiede perdono. E Pietro lo invita a baciare il corpo di Maria e a proclamare la propria fede in lei e nel Figlio. Il sacerdote benedice Maria per ben tre ore e adduce testi della Scrittura in suo favore. Maria si dimostra quindi capace anche di favorire la conversione dei giudei.



[22] Può essere significativo notare che è entrata nell'"Ave Maria" la richiesta di intercessione "nell'ora della nostra morte".

[23] Il "grande angelo" risulta dal contesto essere Cristo: Maria stessa più avanti (cap. 5) si renderà conto della sua identità, ed egli si rivolgerà a lei chiamandola madre (cap. 7). E' definito anche "Signore della gloria" (cap. 5), "re della gloria" (cap. 36). Suo compito (in quanto "angelo") è quello di guidare i giusti in paradiso dopo la morte. Non mancano confusioni e ambiguità: l'angelo parla della risurrezione del "Salvatore nostro" (cap. 5) come se si trattasse di un altro.

[24] Sulla quale si veda il commento di Norelli, p. 40.

[25] Questa ambientazione forse richiama il discorso escatologico dei sinottici che avviene sul monte degli Ulivi ed è destinato a tre soli discepoli. In tale discorso si preannuncia la venuta del Figlio dell'uomo con gli angeli per compiere la raccolta degli eletti (cfr. Mc 13,24-27), e anche nel nostro testo c'è la predizione della venuta del Signore con le schiere celesti per innalzare Maria (cap. 7). In ogni caso già nella tradizione profetica era luogo di rivelazione escatologica.

[26] Si può notare che nel Protovangelo di Giacomo Maria viene scortata al tempio, all'età di tre anni, da fanciulle ebree con lampade accese (7,2).

[27] In Apoc 7,9 tutti i salvati portano una palma in segno di vittoria.

[28] In alcune scene dipinte dell'annunciazione Maria porta in mano una palma, forse per influsso dei Transiti.

[29] Erbetta si chiede se questa palma abbia qualcosa a che fare con la palma di cui parla il Vangelo dello Pseudo-Matteo (cap. 20): un ramo della pianta che ristora Maria in Egitto viene trasporato in paradiso da un angelo.

[30] Questo carattere di "segno di contraddizione" richiama la definizione del bambino Gesù data da Simeone (Lc 2,34).

[31] Il valore esemplare della capacità di frenare il pianto in queste circostanze viene suggerito anche dalla raccomandazione che fa Giovanni agli altri apostoli: "Non piangete ... Può darsi che la gente dintorno, scorgendoci piangere, incerta in cuor suo, dica: Loro pure hanno paura della morte! Facciamoci piuttosto coraggio con le parole del Diletto" (cap. 27).

[32] Non è escluso che agisca in scene di questo genere il modello della morte di Socrate secondo il Fedone platonico: tale modello già aveva esercitato il suo influsso nell'agiogrAfia: cfr. la Vita di Macrina di Gregorio di Nissa.

[33] Questa immagine di Maria richiama da vicino quella dell'inizio degli Atti degli apostoli (1,14).







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