Codice da Vinci: vittima e carnefice di una sconfitta culturale - 2
Data: Venerdì, 13 aprile 2007 @ 21:00:00 CEST
Argomento: Il codice da Vinci


Di Marianna Cerno.

Breve valutazione critica delle pretese verità storiche esposte nel romanzo di Dan Brown. Seconda parte.



Sommario

  1. Rabbini, sacerdotesse e donne tentatrici
  2. I Vangeli canonici e Costantino
  3. La fonte "Q" e l'"ammissione" del Vaticano
  4. Leonardo Da Vinci
  5. Altre imprecisioni e invenzioni
  6. Cattiva documentazione o cattiva fede?

Rabbini, sacerdotesse e donne tentatrici

Capitolo 28, pagg. 135-136:

La donna, un tempo celebrata come un’essenziale metà dell’illuminazione spirituale, era stata bandita dai templi del mondo. Non c’erano rabbini ortodossi di sesso femminile, né sacerdotesse cattoliche, né donne di religione-imam-islamiche.

Il problema, col Codice da Vinci, non è solo confutare le notizie riportate, ma persino consumare tempo e fatica per cercare le fonti dalle quali queste notizie sarebbero reperite. Ma forse, per trovare la donna celebrata come un’essenziale metà dell’illuminazione spirituale basta leggere qualche poesia del Dolce Stil Novo.

Eppure tra queste righe nasce il dubbio di un colossale abbaglio di Brown, che viene rinforzato in modo preoccupante al capitolo 56 (pagine 241):

Purtroppo, la filosofia cristiana ha deciso di appropriarsi del potere di creazione femminile ignorando la verità biologica e facendo dell’uomo il Creatore. La Genesi ci dice che Eva è stata creata da una costola di Adamo.[…] Per la dea, la Genesi fu l’inizio della fine.

Direi che Brown ha le idee un po’ confuse su cristianesimo e religione ebraica, e in particolare su Antico e Nuovo Testamento.

Il cristianesimo eredita dal giudaismo, oltre che un principio spirituale e morale, anche alcuni elementi organizzativi, come per esempio il collegio dei presbiteri[1], e, nel tempo (parliamo di secoli), si organizza nella Grande Chiesa[2]. E se da un lato le donne erano escluse dai gradi più alti della gerarchia ecclesiastica[3], dall’altro avevano pieno accesso alla santità di vita (basti pensare alle martiri, alle vergini, alle monache…).

L’atto, un tempo sacro, dello hieros gamos, l’unione sessuale naturale tra uomo e donna, con cui ciascuno dei due acquisiva l’unità spirituale, era stato ridefinito come peccato. Gli uomini di fede, che un tempo avevano bisogno dell’unione sessuale con le loro equivalenti femminili per entrare in comunione con Dio, adesso temevano i loro naturali impulsi sessuali e li vedevano come opera del demonio, il quale operava in collaborazione con la sua complice preferita… la donna.

Lo hieros gamos era una cerimonia che si celebrava nell’antica Grecia, la notte del secondo giorno delle feste Antesterie, dedicate a Dioniso[4]. Era un rito propiziatorio della fertilità, nel quale si inscenavano simbolicamente le nozze tra il dio e la basilissa (o basilinna), la moglie dell’arconte re, ovvero del “principale dignitario religioso dello stato”[5]: l’atto dell’unione era però segreto, non pubblico, e, come in altri casi simili[6], non veniva consumato[7].

Inoltre, questi rituali non avevano come scopo una sublimazione dello spirito, ma una più pratica finalità propiziatoria: erano riti di fertilità.

Come si vede, sin dai tempi antichi l’unione fisica di due persone è strettamente connessa alla fertilità e alla riproduzione. Questo è anche ciò che pensa la Chiesa che, lungi dal condannare l’atto sessuale in sé[8], ammonisce di praticarlo all’interno di una unione matrimoniale (art. 342 del Compendio; rif. artt. 1618-1620 del Catechismo della Chiesa Cattolica).

L’idea di Brown della donna come strumento del diavolo ha il sapore, ancora una volta, di pregiudizio sulla Chiesa e poca informazione sulla storia medievale. In realtà, l’apparente contraddizione della visione ambivalente del genere femminile nel Medioevo[9] non inficia l’idea di uguaglianza degli individui che appartiene alla religione cristiana[10], nella quale tutti i membri della comunità sono “fratelli”[11].

Testi religiosi veramente misogini sono invece quelli contenuti, ad esempio, nei rotoli di Qumran[12], che pure paiono piacere molto a Brown, come, più in generale, lo sono molti testi gnostici, che appartengono alla schiera dei vangeli non canonici nominati nel Codice Da Vinci[13].

Più avanti, al capitolo 58 (pag. 249), Brown parlando di nuovo della dea “uccisa” dal cristianesimo, fa riferimento in particolare al celibato (riferendosi a Cristo, e di riflesso ai preti cattolici), parlandone come di una pratica non naturale:

“Perché Gesù era ebreo” rispose Langdon […] “e il costume dell’epoca imponeva virtualmente a un ebreo di essere sposato. Secondo i costumi ebraici, il celibato era condannato e ogni padre aveva l’obbligo di trovare per il figlio una moglie adatta. Se Gesù non fosse stato sposato, almeno uno dei vangeli della Bibbia avrebbe accennato alla cosa e avrebbe fornito una spiegazione di quella innaturale condizione di celibato”.

Non è possibile affermare che fra gli ebrei non era pensabile o ammissibile una vita di continenza.

Neppure in questo caso (come quando fa asserire a Sir Teabing di possederne delle fotocopie) Brown sembra conoscere bene i rotoli di Qumran… Questi sono espressione della setta giudaica degli Esseni, che si divideva in due gruppi: i continenti a vita, e coloro che si sposavano per mettere al mondo due figli per coppia, dopo la procreazione dei quali cessavano di convivere con la propria moglie[14].

Per quanto riguarda il cristianesimo, volendo trascurare la sua “parentela” col mondo ebraico (non dimentichiamoci che Gesù era ebreo, come lo erano anche i Dodici), basterà rileggere san Paolo, 1Cor 7, 1-11.

Ma torniamo al capitolo 28, pag. 136, subito dopo la frase sulla donna collaboratrice del diavolo:

 Neppure l’associazione tra il lato sinistro e il femminino era sfuggita alla diffamazione della Chiesa. In Francia e in Italia, gauche e sinistro avevano assunto una connotazione negativa, mentre i termini relativi alla destra assumevano un connotato di giustizia, correttezza e abilità. Ancora oggi, tutto ciò che è malvagio è considerato “sinistro”.

Al di là del fatto che il romanzo sta scadendo in una lezione cattedratica, per usare una felice osservazione di Edmondo Lupieri, anche questa affermazione di Brown è da correggere. Innanzitutto, non è chiara la connessione tra il lato sinistro e il femminino. In secondo luogo, sembra incredibile, ma il lato sinistro portava male ai pagani. Per la precisione agli antichi Romani, che per accertarsi del favore della sorte interrogavano auguri e aruspici. Uno dei metodi utilizzati per indagare il futuro, diversi secoli prima della nascita di Cristo, era l’osservazione del volo degli uccelli: a seconda del lato dal quale erano visti arrivare, la sorte era favorevole (lato destro, un buon “augurio”) o contraria (lato sinistro, un cattivo “augurio”). Anche se, a dirla tutta, neppure i Romani erano sempre d’accordo tra loro nel determinare qual era il lato favorevole per avvistare gli uccelli, come ci racconta Cicerone[15].



[1] Storia del cristianesimo. L’antichità, cit., pagg. 94-95, 106-107.

[2] Ibidem, pagg. 354-366.

[3] Ibidem, pagg. 374-381. M. Lemonnier, Storia della Chiesa, Vicenza, 1981, pagg. 88-92.

[4] A. Pickard-Cambridge, Le feste drammatiche di Atene, Firenze 1996, pagg. 18-20.

[5] L. Bruit Zaidman, P. Schmitt Pantel, La religione greca, cit., pagg. 38-39. In qualità di primo rappresentante religioso, l’arconte re (basiléus), erede delle funzioni religiose del re, presiedeva ai misteri e alle feste Lenee, era responsabile del calendario religioso ed esercitava la funzione giudiziaria nei casi di empietà e giudicando i conflitti inerenti ai sacerdozi.

[6] J. G. Frazer, Il ramo d’oro, cit., pagg. 174-176. Le nozze sacre riguardavano l’unione tra due dei (come quella di Hera e Zeus durante la festa delle Piccole Dedalee in Beozia) oppure un dio e una donna, e venivano rappresentate o da due persone, oppure con un’immagine o un simulacro della divinità.

[7] A. Pickard-Cambridge, Le feste …, cit., pagg. 18-19.

[8] Lo testimoniano, ad esempio, le condanne della corrente encratita (sec. II) e delle eresie bogomila (sec. X) e albigese (sec. XIII). Cfr. M. Simonetti, E. Prinzivalli, Storia della letteratura cristiana antica, Casale Monferrato (AL), 1999, pagg. 42, 78; Storia del cristianesimo. Il Medioevo, cit., pagg. 200-201, 244.

[9] L’ideologia misogina medievale affondava le proprie radici teologiche, come indicano i detti dei Padri della Chiesa, agli albori della religione cristiana: si pensi al peccato originale e all’idea della donna come realizzazione meno completa della natura umana rispetto all’uomo, nonché a uno degli argomenti centrali della riflessione antropologica del Medioevo cristiano: la differenza tra i sessi. D’altro canto, però, non si può non pensare alla Vergine Maria, all’idealizzazione della donna nella letteratura cortese, o agli esempi agiografici di donne sante (martiri, vergini, vedove continenti): sono il desiderio di perfezione e la dominante idea di peccato, alimentati dalla continua tensione tra anima e corpo presente nell’uomo medievale (tensione che genera a sua volta peccato), che creano l’idealizzazione e l’ossessione. Questi atteggiamenti non indicano contraddizione, anzi sono in qualche modo simili nella misura in cui estraniano la donna dalla realtà. E l’idealizzazione come la demonizzazione non negano quella differenza tra i sessi che per i medievali e ancora prima per gli antichi era naturale: la fisiologia, le pratiche sociali, perfino la Scrittura mostrano la subordinazione della donna; è una cosa universalmente riconosciuta. Nel Medioevo, l’uomo è l’unità, mentre la donna rappresenta l’ambivalenza, l’ambiguità. Cfr. C. Klapisch-Zuber (voce maschile/femminile) e C. Casagrande, S. Vecchio (voce peccato) in Dizionario dell’Occidente medievale, cit., pagg. 644-656 e 871-883.

[10] Storia del cristianesimo. L’antichità, cit., pagg. 204-208.

[11] Ibidem, pag. 170. Come si vede, non ha proprio senso la frase di Brown (capitolo 58, pag. 253) che definisce Gesù “il primo dei femministi”.

[12] In questi testi le figure femminili raggiungono la salvezza nel momento in cui “si fanno maschi” (in senso spirituale). Una concezione piuttosto lontana dal “femminismo primitivo” teorizzato da Brown.

[13] Cfr. E. Lupieri (ordinario di Storia del Cristianesimo e delle Chiese all’Università di Udine), Sangue in Chiesa: il Codice Da Vinci, anche in linea.

[14] E. Lupieri, Sangue in Chiesa…, cit.

[15] Cicerone, De divinatione 2, 38.

I Vangeli canonici e Costantino

La conversione dell’imperatore Costantino è un altro tra i temi delicati e più dibattuti della storia del cristianesimo. Come per i retaggi pagani, anche per questo tema è necessario un inquadramento storico che renda conto del panorama culturale del tempo (inizio del IV secolo)[1].

Gli imperatori romani erano, oltre che detentori del potere assoluto[2], anche i primi depositari della religione di Stato, essendo pontefici massimi; inoltre, già nella deificazione del padre (Giulio Cesare) e nel soprannome che aveva adottato per sé, Augusto[3], Ottaviano aveva introdotto l’idea di un legame tra il principe e la sfera divina che andava ben oltre la semplice benevolenza. La maturazione dell’idea di partecipazione dell’imperatore all’essenza divina si ebbe con Diocleziano, che assunse il soprannome di Iovius (Massimiano, cooptato come secondo imperatore al trono, assunse quello di Erculius): un’idea di matrice orientale, che vede nell’imperatore (sulla terra) il corrispettivo della divinità (in cielo). In questa veste Costantino partecipò al concilio di Nicea, e per lui era normalissimo prendervi parte.Busto dell'imperatore Costantino, musei capitolini

Nel corso del tempo, inoltre, gli imperatori sempre più avevano fatto proprie alcune consuetudini e parti del cerimoniale di origine orientale, come il vestire la porpora, l’esigere la proskynesis (cioè che i sudditi si inginocchiassero davanti a loro), e l’adottare paramenti e simboli sacrali. Infine, anche la religione politeista pagana stava raggiungendo una nuova maturità speculativa, ricca di influssi orientali e tendente al monoteismo, come testimonia ad esempio la filosofia neoplatonica.

In questo contesto va inquadrata la conversione di Costantino (che si fece battezzare in punto di morte[4], ma che aveva presto abbracciato una fede filoariana): l’imperatore, conscio ormai della grande diffusione della religione cristiana, decise di legittimarla. Secondo una consuetudine che affondava le radici alle origini di Roma, anche in questo caso si verificò un processo di integrazione del cristianesimo nella prassi del culto romano. Non si pensi a un’azione calcolata; la mentalità romana, e in questo caso quella imperiale di Costantino, non poteva vivere altrimenti la situazione. Ancor più nel caso del cristianesimo, dove il monoteismo e i simboli religiosi si adattavano perfettamente all’ideologia imperiale: la corona di raggi di sole e lo scettro con cui si faceva rappresentare Costantino, infatti, rappresentavano la sintesi della cultura e della pietà tardo antiche. Semplificando, si può dire che per i pagani Costantino era Giove, per gli orientali il dio Sole, per i cristiani... l’imperatore cristiano[5].

Indicativa di questa visione mutata della religione è l’epigrafe dedicatoria incisa sull’arco di Costantino, eretto a celebrazione della vittoria su Massenzio, in cui, al posto dei nomi di dei del pantheon romano, si legge un generico instinctu divinitatis, “per ispirazione divina”.

È importante sottolineare, per dare maggior corpo a questo discorso, che l’imperatore Costantino non fece del cristianesimo la religione di stato[6]: ne legittimò il culto, ossia consentì ai cristiani dell’Impero di professare la loro religione liberamente, come i pagani adoravano le loro divinità. Questo è il contenuto del cosiddetto “editto di Milano” del 313, anno in cui tradizionalmente si fissa la fine del periodo delle persecuzioni e dei martiri cristiani.

Capitolo 55, pagina 235:

“Mia cara” spiegò Teabing “fino a quel momento storico, Gesù era visto dai suoi seguaci come un profeta mortale: un uomo grande e potente, ma pur sempre un uomo. Un mortale. […] Lo statuto di Gesù come «figlio di Dio» è stato ufficialmente proposto e votato dal concilio di Nicea”.

Nell’anno 325 Costantino aveva programmato il concilio di Nicea, una città scelta per la vicinanza con la propria residenza di Nicomedia, in modo da esserne protagonista esclusivo, in qualità di presidente e moderatore[7]. Eusebio di Cesarea, storico della Chiesa e biografo di Costantino, ci racconta nel dettaglio gli avvenimenti e il comportamento dell’imperatore[8].

Il motivo della convocazione era la preoccupante divisione tra le chiese, in particolare a causa dell’eresia ariana, che negava la piena divinità del Figlio[9].

Il tema dibattuto si inserisce in una più ampia discussione sulla Trinità, che aveva creato all’interno dei cristiani diverse correnti di pensiero, alcune delle quali furono qualificate come non ortodosse[10]. Come si vede, i dibattiti teologici e in particolare trinitari erano all’ordine del giorno nella vita dei cristiani dei primi secoli. Ma questo non significa che tutti negassero la divinità del Figlio, anzi: erano proprio i diversi modi di concepire questa divinità a scatenare controversie così accese da provocare la nascita di nuove sette che già allora (e anzi da prima[11]) venivano definite eretiche.

Le dispute riguardanti tematiche religiose, dai più pratici problemi di condotta (si pensi a Pietro e Paolo e alla controversia sull’osservanza) sino ai dibattiti dottrinali, sono stati sentiti come cruciali e cogenti sin dalle origini del cristianesimo. “Il cristianesimo delle origini è una realtà complessa e variegata, difficilmente riconducibile a un minimo comun denominatore che non sia la fede nella messianicità di Gesù” (Filoramo). Il gran numero di sette, correnti di pensiero e pratiche diverse ha portato alla formazione di un canone (precedente quello biblico) di testi accomunati dal tema centrale della passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo: siamo alla fine del I secolo, molto prima di Costantino.

I testi ortodossi, ovvero “che seguono la retta opinione” sono stati scelti per il canone biblico in base a un criterio teologico (ossia sono ritenuti divinamente ispirati), e si contrappongono alle idee e agli scritti eterodossi, ossia “che seguono l’altra opinione” (quella errata); questa selezione non nasce da un giorno all’altro, ma segue uno sviluppo coerente che inizia nel II secolo e si conclude alla fine del IV[12]. I testi non inclusi nel canone, che sono molto diversi tra loro per origine e contenuto, sono anche detti apocrifi, che oggi è un sinonimo di “falsi”, ma che letteralmente significa “nascosti”, “segreti” (dal greco apokrypto). Erano infatti testi esoterici, destinati cioè a un pubblico di iniziati, che ritenevano di avere una conoscenza più profonda della religione rispetto ai fedeli comuni. Alle origini del cristianesimo esisteva questa dimensione esoterica della religione, come testimoniano per esempio gli gnostici, che si ritenevano i detentori della vera, piena conoscenza del messaggio di Gesù.

I testi apocrifi, che secondo Brown la Chiesa avrebbe eliminato dalla faccia della terra (tra l’altro non riuscendo pienamente neppure stavolta, come nel caso dello sterminio dei discendenti di Gesù), non solo non sono mai stati bruciati (e qui torna imperante l’idea di una Chiesa “medievale” di Brown) ma venivano letti e utilizzati ancora lungo tutto il Medioevo, nonostante che non fossero canonici (si pensi ad esempio a mistici come Ildegarda di Bingen o Ubertino da Casale).

È importante infine sottolineare che i testi scelti per il canone non sono stati modificati in funzione della dottrina di cui, secondo le intenzioni “della Chiesa”[13] sarebbero dovuti essere forieri: sono semplicemente quelli che, per usare un’immagine televisiva, hanno superato la “prova dell’ortodossia”[14].

Per tornare all’umanità di Gesù, non è possibile affermare che i Vangeli canonici come anche altri scritti apocrifi vedessero in Gesù solamente un uomo o negassero la sua divinità prima del 325[15].

Il concilio di Nicea, nel quale Costantino perseguì un intento di conciliazione e mediazione tra le parti e dove non si propose affatto uno “statuto di divinità” per Gesù Cristo, si concluse con una definizione precisa la natura della Trinità, espressa nel “credo niceno”.

Nonostante che alla fine della sessione ci fossero stati l’approvazione della professione di fede e l’esilio di Ario, nonché la scomunica degli unici due vescovi che avevano votato contro[16], l’arianesimo continuò a fare proseliti, e la controversia non cessava di infuriare[17].

Ci vollero 56 anni per porre fine all’eresia ariana: il concilio di Costanza del 381 modificò in alcuni punti la professione di fede nicena, dando origine al Credo, detto appunto niceno-costantinopolitano, che si pronuncia ancora oggi in chiesa dopo l’omelia[18].


[1] Un ottimo volume sull’argomento e quello di A. Marcone, Pagano e cristiano. Vita e mito di Costantino, Roma-Bari, 2002.

[2] Il delicato equilibrio tra la figura del principe e quella del senato si è ormai frantumato, e la legittimazione del principe arriva dall’alto. Il popolo può ancora fornire un sostegno attraverso manifestazioni di consenso e acclamazioni, ma l’imperatore ormai decide e agisce in nome del senatus populusque romanus solo formalmente.

[3] Il soprannome ha connotazioni di grandezza (dal latino augeo), e di benevolenza trascendente connessa allo spirito profetico (da augur). Cfr. A. Marcone, Pagano e cristiano…, cit., pag. 176.

[4] Nell’ultima fase della sua vita Costantino aveva intensificato le manifestazioni di sollecitudine religiosa, facendo costruire numerosi luoghi di culto, come testimonia il viaggio in Terrasanta della madre Elena (A. Marcone, Pagano e cristiano…, cit., pagg. 172-173). Non si dimentichi inoltre che l’imperatore aveva spostato la capitale da Roma all’antica Bisanzio, che diventò Costantinopoli, una città completamente nuova nella quale Costantino aveva piena libertà di espressione e costruzione. Costantinopoli era una nuova Roma (posizionata su dei colli, aveva la stessa struttura e gli stessi monumenti principali dell’Urbe), dove però trovavano spazio anche edifici e monumenti cristiani senza che il Senato potesse storcere il naso (R. Krautheimer, Tre capitali cristiane. Topografia e politica, Torino, 1987, pagg. 61-105).

[5] Costantino aveva fatto collocare nella chiesa dove sarebbe stato sepolto dodici cenotafi rappresentanti gli apostoli: con la posizione centrale del suo sarcofago, avente 6 cenotafi da un lato e sei dall’altro, otteneva il riconoscimento di “imperatore isoapostolo”, come un “vescovo universale”. Un’altra ipotesi vede nella posizione centrale del sarcofago la volontà di Costantino di presentarsi addirittura come figlio di Dio: un’idea neanche tanto balzana, se si pensa che era ormai consuetudine che, alla sua morte, l’imperatore venisse deificato e che, in vita, si considerava in sostanza un semidio (come evidenzia l’iconografia imperiale). Alla sua morte, peraltro, Costantino conservava ancora la sua carica di pontefice massimo (cfr. A. Marcone, Pagano e cristiano…, cit., pagg. 92-97, 171, 173). Naturalmente, ai cristiani non veniva neppure in mente di considerare la cosa da questo secondo punto di vista.

[6] Questo accadrà una settantina di anni dopo, con l’editto di Tessalonica del 380 voluto dall’imperatore Teodosio I (379-395 d.C.), il quale dall’anno successivo promulgò anche una serie sempre più severa di leggi antipagane.

[7] Marcone, Pagano e cristiano…, cit., pagg. 127-129.

[8] Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino III, 10-13.

[9] Storia del cristianesimo. L’antichità, cit., pag. 296.

[10] Ibidem, pagg. 344-345.

[11] San Paolo (1Cor 11, 19) parla di haereses, divisioni, e siamo nel pieno I secolo. Come lui anche Clemente Romano (ca 96 d.C.), preoccupato per i contrasti nella comunità cristiana. Ma sono Ignazio di Antiochia (ca 110 d.C.) e la coeva Prima Lettera di Pietro a parlare per la prima volta di eresia (hairesis), un termine destinato a molta fortuna. Ibidem, pagg. 182-183.

[12] Storia del cristianesimo. L’antichità, cit., pagg. 156-157. Sulla storia del canone, vedi la trattazione contenuta in questo sito.

[13] Dan Brown, in effetti, anche quando si riferisce alle comunità cristiane delle origini, parla della “Chiesa” come di un’entità da sempre compatta e gerarchizzata, quasi fosse nata già formata da preti, vescovi e papi, e con la chiara idea di costringere il mondo a una falsa credenza allo scopo di acquisire potere.

[14] Dan Brown a pagina 251 parla degli apocrifi come di “vangeli non modificati”.

[15] Cfr. ad esempio Mt 3, 17; Mc 1, 11; Lc 3, 22; Gv 1, 34; At 9, 20; Rm 1, 3; 1Cor 1, 9 e molti altri luoghi del Nuovo Testamento (i vangeli sono stati composti entro il I sec. d.C., come anche le epistole paoline, che coprono il periodo dalla fine degli anni Quaranta al 56). Anche negli apocrifi è dichiarata la divinità di Gesù: si guardino i vangeli dell’infanzia, o quello di Nicodemo.

[16] I partecipanti al concilio erano circa trecento. È questa la “ristretta maggioranza” con cui Costantino avrebbe imposto la fede cristiana secondo Dan Brown.

[17] Emblematica di quest’epoca è la figura di Atanasio, vescovo di Alessandria, il nemico più acerrimo degli ariani, che però venne in seguito esiliato dallo stesso Costantino, il quale, stanco dell’inestinguibile conflitto dottrinale, aveva alla fine riabilitato la figura di Ario, richiamandolo dall’esilio. Per approfondimenti sulla complessa questione ariana è fondamentale il volume di M. Simonetti, La crisi ariana nel IV secolo, Roma 1975.

[18] Storia del cristianesimo. L’antichità, cit., pag. 298.

La fonte Q e l’“ammissione” del Vaticano

(cap. 60, pag. 259).

La fonte Q, il manoscritto la cui esistenza è stata ammessa persino dal Vaticano, dice Brown, non è un manoscritto né una realtà materiale, ma un’ipotesi, e per giunta molto controversa. Sarebbe una ipotetica e mai ritrovata raccolta di detti di Gesù a cui gli evangelisti Matteo e Luca avrebbero attinto in maniera indipendente l’uno dall’altro, per arricchire la narrazione di Marco. Il suo nome, Q, deriva dall’iniziale della parola tedesca che indica la fonte, Quelle.

Per dare un’idea dell’incertezza che domina su questo tema basterà dire che sono stati numerosi i tentativi di ricostruzione di Q a partire dai sinottici, e i risultati sono stati i più diversi. Come nota Edmondo Lupieri, “se già è complesso e rischioso il lavoro di indagine mirante a identificare materiali presinottici usati da un testo esistente, come Marco, lascio immaginare quale grado di ipoteticità si debba raggiungere in lavori che vorrebbero individuare le fonti letterarie di una ipotesi letteraria[1]”.


[1] Ibidem, pag. 113.

Leonardo Da Vinci[1]

Leonardo da Vinci, autoritrattoUn qualsiasi libro di storia dell’arte potrà illuminarci sullo stile e la mentalità rinascimentali, in cui le donne venivano sempre ritratte velate e i giovani sbarbati e con i capelli lunghi; ma nessun libro di arte ci potrà aiutare se vorremo vedere seni inesistenti, neppure in un’opera così rovinata dal tempo e da maltrattamenti più o meno consapevoli come l’Ultima cena di Leonardo.

E se nessuno storico dell’arte si è mai accorto dei messaggi segreti dei dipinti di Leonardo da Vinci forse è perché questi messaggi non ci sono.

Parlando dell’Ultima cena, è possibile osservare (forse più chiaramente dal vivo che non in fotografia) che la fantomatica “v” che campeggia alla destra di Cristo è controbilanciata da un altro vuoto alla sua sinistra. Questi spazi sono funzionali a una sottolineatura piuttosto evidente della centralità di Gesù, che risulta così protagonista rispetto agli altri personaggi: una comunicazione immediata del tema centrale del dipinto, che suggestiona l’osservatore sin dal primo sguardo. Osservando l’opera si nota il gioco di colori e proporzioni che domina l’opera pittorica. La bicromia rosso-blu delle tuniche è studiata in modo che i personaggi portino le vesti a colori invertiti, e che queste parti di tessuto armonizzino pienamente con lo sfondo, creando un equilibrio cromatico.

La mano col pugnale[2] è quella di Pietro, che ha due braccia come tutti[3], e che è ritratto in posizione plastica mentre parla con Giovanni tenendogli una mano sulla spalla e allontanando da lui con una torsione del polso la lama che impugna nell’altra mano (e con la quale taglierà poco dopo un orecchio al servitore del sommo sacerdote, come voleva ricordarci Leonardo). Gesù ha appena detto che uno dei discepoli lo tradirà, e i dodici sono sconvolti. Il dipinto, che non è un affresco (come dice Brown) ma una tempera, esprime azioni e sentimenti dei soggetti come se fossero ritratti in una fotografia ante litteram.

Osservando l’Ultima cena si vede chiaramente che, a differenza di Dan Brown, Leonardo aveva letto con attenzione i vangeli.

Ultima cena, Leonardo da Vinci

L’interpretazione che Brown fa della Vergine delle rocce è ugualmente assurda (capitolo 32, pagg. 148-149). La seconda versione del dipinto mantiene i personaggi nelle stesse posizioni, anche se l’angelo non indica più Giovanni Battista col dito (e non taglia il collo a nessuno). Giovanni (nella seconda versione connotato con la croce, secondo la consuetudine[4]) è inginocchiato e sempre a sinistra di chi osserva, mentre Gesù, a destra, lo benedice. Il gesto di Maria è evidentemente una imposizione delle mani che sa di protezione.


[1] Da un’intervista con la dott.sa Azar Rajaie, dottore di ricerca in storia dell’arte italiana rinascimentale presso l’Università di Pittsburgh (Pennsylvania) e attualmente docente di storia dell’arte all’Università di Houston (Texas).

[2] È risaputo che alcuni dei discepoli giravano armati, come conferma Mt 26, 51-52, e che uno di loro era Pietro (Gv 18, 10). Per un quadro storico giustificato cfr. Storia del cristianesimo. L’antichità, cit., pagg. 62-68.

[3] Secondo Dan Brown nel dipinto ci sarebbe una mano di troppo (quella col pugnale), che non apparterrebbe quindi a nessuno dei personaggi ritratti. Ma ha contato male.

[4] È la croce martiriale, spesso recante un cartiglio con le parole che Giovanni pronunciò appena vide Gesù: “ecce agnus Dei” (Gv 1, 29). Per questo anche l’agnello, che spesso porta la croce, è un attributo iconografico tipico del Battista.

Altre imprecisioni e invenzioni

La piramide a 666 lastre (cap. 4, pag. 33):

dai documenti ufficiali risulta che la piramide del Luovre sia composta da 673 lastre[1].

La sequenza di Fibonacci (cap. 20, pag. 102):

La sequenza di Fibonacci è una serie di numeri naturali in cui ognuno di essi, a partire dal terzo, è il risultato della somma dei due precedenti[2]. È infinita, e di essa si può prendere una quantità a piacere di cifre, partendo da un numero qualsiasi[3]. Leonardo Pisano detto Fibonacci, un matematico che visse a cavallo tra XII e XIII secolo, la mise a punto nel 1202 per risolvere il problema di quante coppie di conigli potevano essere prodotte da una sola coppia in un anno. La sequenza soddisfa a così tante proprietà[4] da essere studiata ancora oggi dal periodico scientifico The Fibonacci Quarterly, a cura del Dipartimento di Matematica dell’Università Statale del Missouri Centrale. È anche vero però che molti degli “avvistamenti” della serie di Fibonacci sono un po' forzati, come rivelano Gael Mariani e Martin Scott dell'Università di Warwick (Gran Bretagna) in un articolo apparso sul n. 251 del New Scientist (settembre 2005). Se poi i numeri rivelino l’armonia della natura, del creato, o una pura coincidenza, questo va lasciato decidere alla coscienza di ciascuno (cfr. pag. 105 del romanzo e la volontà sottesa a tutto il libro di fare di grandi personaggi dell’arte e della cultura di ogni epoca e nazione dei pagani di ritorno, adoratori della Madre Terra).

La caccia alle streghe (cap. 28, pag. 134-135):

sono stati pubblicati due anni fa dalla Biblioteca Apostolica Vaticana gli atti di un convegno internazionale sull’Inquisizione, tenutosi a Roma qualche anno prima: L’Inquisizione. Atti del Simposio Internazionale (Città del Vaticano, 29-31 ottobre 1998), cur. A. Borromeo, Città del Vaticano, 2004. Nella presentazione del volume Agostino Borromeo, docente di storia all’università La Sapienza di Roma, illustra i risultati di questo lavoro, operato dai massimi studiosi dell’argomento sulla base di documenti, e riporta i numeri della caccia alle streghe: l’Inquisizione spagnola ha condannato a morte 59 streghe, quella portoghese 4, quella romana 36, per un totale di un centinaio di casi; per avere un’idea dell’entità delle esecuzioni dell’Inquisizione, si pensi che le condanne a morte (al rogo) decretate dai tribunali civili erano state 50.000 su 100.000 processi celebrati nell’età moderna. La cifra di 5.000.000 inventata da Brown è assurda.

La croce greca e la croce latina (cap. 33, pag. 154 e cap. 40, pag. 176):

la croce è un simbolo così semplice e significativo che è stato adottato da molte popolazioni anche prima della nascita di Cristo.Croce greca Alle origini della religione cristiana si raffiguravano diversi tipi di croce: quella egizia, fatta a “T” e detta anche “di sant’Antonio”; quella ansata, che porta un occhiello appoggiato sulla “T” ed era usata nell’arte copta; quella gammata o uncinata (la svastica della più antica arte scandinava e indoeuropea), che si trova raffigurata ad esempio nelle catacombe di san Senbastiano e di Domitilla a Roma; e quella monogrammatica diffusa da Costantino, che si può osservare spesso sui sarcofagi. Assieme a questi tipi c’era naturalmente la croce capitata, cioè quella a noi più nota, a quattro braccia, che si chiamò greca o latina a seconda del punto in cui i bracci andavano a tagliare l’asta; questa tipologia di croce trionfò nell’iconografia cristiana occidentale e orientale dalla fine del IV secolo, e veniva indistintamente usata nelle due varianti in entrambe le parti dell’Impero[5].

Il supplizio della croce, invece, è una delle pratiche di tortura più antiche, ed era in uso presso gli Sciiti, i Greci, i Fenici, i Romani, i Persiani, i Cartaginesi[6].

Santo Graal e Sang Real (capitolo 58, pagg. 254-255):

a parte il fatto che graal è una parola che appartiene alla lingua d’oil (nominativo: graaus) e che deriva dal latino gradalis (che in epoca postclassica designa un piatto, una scodella) [7], lo sviluppo linguistico di sang real in santo graal è incoerente, senza contare che Brown non specifica di che lingua stia parlando. Ma visto che la parola graal è “francese”, presupponiamo uno sviluppo dal latino (?) a questa lingua: non solo la trasformazione delle parole non convince (real sembra più spagnolo, o al massimo italiano, ma non certo lingua d’oil, che dovrebbe suonare più simile al francese royal); ma anche il passaggio da “sangue” a “santo” non ha spiegazione logica plausibile, se non quella (molto debole) dell’identità del fonema iniziale. Il graal non è comunque mai stato definito “santo” né da Chretien de Troyes, né da Wolfram von Eschenbach, né da Roberto de Boron, i primi autori medievali che ne parlarono; l’accostamento dei due termini Santo e Graal è quindi troppo recente, perché si possa immaginare qualunque tipo di tradizione antica.

Amon-l’Isa e Monna Lisa (cap. 26, pag. 131):

la Gioconda, o Monna Lisa, è un ritratto lasciato anonimo da Leonardo. Giorgio Vasari, il “biografo degli artisti”, trent’anni dopo la morte di Leonardo riconoscerà nella donna del dipinto la moglie di Francesco del Giocondo, Madonna (da cui, per contrazione, Monna) Lisa. Inutile tirare in ballo divinità egizie.

I rotoli di Nag Hammadi e del Mar Morto, definiti i più antichi documenti cristiani (cap. 58, p. 250):

a parte i dettagli (come il fatto che a Nag Hammadi sono stati ritrovati codici, e quindi manoscritti rilegati come i nostri libri, e non rotoli; oppure che le grotte del mar Morto sono più di 10, e non una), la cosa importante da sottolineare è che pare ormai certo che questi testi non appartengano a una comunità cristiana. E anche se l’interpretazione cristiana dei frustoli della grotta n° 7 non si fondasse su una errata lettura del frammento principale, si tratterebbe comunque di testi cristiani canonici (Vangelo di Marco e lettere di Paolo)[8], e non di “verità tenute nascoste” che purtroppo non concordano molto con i vangeli della Bibbia.

Yahweh e Geova (cap. 74, pagg. 309-310):

Il tetragramma ebraico YHWH - il nome sacro di Dio - derivava da Yahweh ovvero Geova, androgina unione fisica tra il maschile "Jah" e il nome preebraico di Eva, "Hawah" o "Havah". Che l’ebraico non abbia le vocali è cosa nota a tutti. Di conseguenza, YHWH non può derivare da Yahweh: Yahweh è semplicemente YHWH scritto con le vocali che gli competono. Il nome “Geova” invece è un fraintendimento dei cristiani nato nel Medioevo, quando si lesse in questo modo (scorretto) la notazione vocalica ebraica che accompagnava il nome sacro. Le vocali poste accanto al tetragramma erano in realtà quelle delle parole “alternative” che si dovevano pronunciare al posto del tetragramma stesso, in quanto per gli Ebrei nominare il nome sacro, di Dio, è proibito. JAH (o YAH.... ma se prima la lettera yod Brown la trascrive Y, perché subito dopo la trascrive J? Forse perché non sa l’ebraico?) è semplicemente l’abbreviazione di Yahweh (cfr. Esodo 15,2; Salmi 68,18 etc.). Hawah non è il nome preebraico di Eva (?)... è semplicemente il suo nome. Che vuol dire “donna”. Come “Adamo” vuol dire “uomo”. E, per questo, basta un dizionario di ebraico.


[1] Cfr. A. Tornielli, Processo…, cit., pag. 52.

[2] La sequenza è definibile assegnando i valori dei due primi termini, F0 = 0 e F1 = 1, e chiedendo che per ogni successivo sia Fn = Fn-1 + Fn-2. Il termine F0 viene aggiunto nel caso si voglia fare iniziare la successione con 0; storicamente il primo termine della successione è F1 = 1.

[3] Una successione di Fibonacci può anche non cominciare necessariamente con due 1. Questa successione è detta di Fibonacci generica.

[4] Discendenti dalla relazione di definizione Fn+1= Fn + Fn-1. Una di queste è anche la relazione tra i numeri della sequenza e la sezione aurea. Queste e altre informazioni nel Dizionario di Matematica, cur. M. Sce, Milano 1989, pag. 140.

[5] La croce, con o senza Crocifisso, è un simbolo, e in quanto tale racchiude in sé il succo della fede cristiana, ossia l’intera idea della vita di Gesù, della sua passione, morte e resurrezione. E questa dovrebbe essere una delle prime conoscenze di un professore di simbologia di Harvard. Sembra un altro indizio della scarsa (o piuttosto inesistente) considerazione di Brown per i cattolici, che guarderebbero alle croci come a dei feticci.

[6] G. Riley Scott, Storia della tortura, Milano 20024, pag. 175.

[7] F. Cardini, Il santo Graal, Firenze, 2006 (nuova edizione aggiornata), pag. 25.

[8] E. Lupieri, Sangue in Chiesa…, cit. Sulla questione dei Vangeli a Qumran, si veda la trattazione del sito.

Cattiva documentazione o cattiva fede?

“Il ragionamento di Brown è sconcertante. Fa sospettare il lettore che dietro ogni avvenimento ci sia in realtà una spiegazione occulta, legata a una trama segreta che, in quanto tale, si può solo comprendere grazie a «stupefacenti» indizi”[1].

Ullate Fabo continua ipotizzando che non solo Dan Brown voglia demolire la religione cristiana, e in particolare quella cattolica, ma che usi il Codice per “promuovere” la sua religione new age. Non so se questo è vero, ma è certo che dalle pagine del romanzo emerge chiaramente il dubbio (e spesso preoccupante) senso morale di Brown, oltre che una sua limitata competenza in molte materie. Tutto il romanzo è disseminato di invenzioni: l’autore manipola ogni verità, dalle più piccole inezie ai più grandi sistemi.

Mi sono chiesta se lo faccia coscientemente o se creda davvero alle bufale che racconta. È inquietante, ma più rileggo ciò che scrive e più mi convinco che lui stesso ci crede. La cosa più brutta, però, è che la sua considerazione per il lettore è ancora più bassa della sua cultura.

Infatti la Chiesa cattolica non è l’unica a essere diffamata. In questo romanzo ogni lettore può trovare un motivo per sentirsi offeso, soprattutto quando si rende conto che l’autore conta sulla sua ignoranza.

 


[1] J. A. Ullate Fabo, Contro il Codice …, cit., pag. 76.







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