F. M. Young, Esegesi biblica e cultura cristiana
Data: Lunedì, 04 agosto 2014 @ 00:05:00 CEST
Argomento: Recensioni e schede bibliografiche


F. M. Young, Esegesi biblica e cultura cristiana, Paideia, Brescia 2014, pp. 306 (ed. orig. Biblical Exegesis and the Formation of Christian Culture, Cambridge, Cambridge University Press, 1997).

Recensione a cura di Armando Rolla.



 

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L’autrice di questo libro è stata docente di teologia all’Università di Birmingham (Inghilterra) e dal 1984 è ministro della chiesa metodista. Come appare dalla sua bibliografia, citata sistematicamente nelle note a pie’ di pagina e ripresa integralmente in fondo del libro (pp. 296-297), essa ha al suo attivo numerosi libri e articoli, dedicati alla letteratura neotestamentaria e patristica. Questo libro sviluppa due cicli di conferenze tenute all’Università di Oxford negli anni 1992 e 1993 nell’ambito delle Speaker’s Lectures in Biblical Studies e riprende (talvolta anche per intero) svariati articoli pubblicati in precedenza.

Il suo intento nello stendere questo libro è offrire “un tentativo di riconfigurazione dei profili correnti dell’esegesi patristica della Bibbia” (p.13), seguendo “non un’argomentazione lineare o un resoconto cronologico, ma qualcosa che assomiglia piuttosto a una ragnatela” (p.15). Come s’addice ad una cattedratica di lunga carriera, il suo libro è molto ben documentato, come mostrano le numerose note in cui l’autrice si rifà alle migliori pubblicazioni sull’argomento, prevalentemente in lingua inglese, riprese anche nell’ampia bibliografia finale (pp. 281-297).

Anziché fornire un’idea dei dodici capitoli che compongono il libro (la sua composizione “a ragnatela” non lo consente), penso sia meglio evidenziare i principali punti di vista con cui il libro è stato elaborato. Innanzitutto l’autrice è stata dominata dall’idea che i Padri della chiesa dei primi quattro secoli (è l’epoca presa in esame) nella stesura dei loro scritti sulla Bibbia dipendano dal mondo greco-romano in cui sono vissuti. Ecco alcuni esempi. Origene adotta le pratiche delle scuole greco-romane da cui deriva il metodo deduttivo e trae lezioni morali dalla lettera dei racconti biblici. I Padri cappadoci e S. Giovanni Crisostomo modellano i loro panegirici, cioè le orazioni celebrative dedicate ai santi e ai martiri, sulle orazioni funebri e le declamazioni celebrative dei retori greco-romani. La prassi consapevole dei rinvii interni della Bibbia, mediante le allusioni, apparteneva al metodo dell’intertestualità che pervade la letteratura pagana. Anche l’utilizzazione della Bibbia in chiave parenetica, come guida per la vita, aveva i suoi precedenti nella letteratura greco-romana coeva. Parimenti le Vite dei santi e dei martiri cristiani, scritte dai Padri della chiesa, intendevano presentare modelli da imitare (la mimesi!) alla stessa maniera delle Vite, scritte dagli autori pagani.

Anche l’autrice condivide il punto di vista di altri patrologi odierni secondo cui l’indirizzo (più che scuola vera e propria) di Antiochia non è in contrasto con quello della scuola di Alessandria perché troviamo tanta allegoria tra gli antiocheni, specialmente nella loro predicazione ecclesiale, nella stessa misura in cui troviamo in Origene, considerato il più autorevole rappresentante della scuola alessandrina, molta preoccupazione per il senso letterale. L’autrice arriva poi ad affermare che “gli esegeti antichi non distinguevano tra tipologia e allegoria” (p.149) e, addirittura, che “le analisi correnti in termini di ‘letterale’, ‘tipologico’ e ‘allegorico’ (con la probabile aggiunta di ‘morale’ o ‘tropologico’ o ‘simbolico’ o ‘teoretico’ in modo da includere la serie di termini patristici), in realtà non costituiscono affatto un tipo di metodo” (p.193). Infine prende le distanze da quei patrologi, capeggiati dal gesuita francese J. Daniélou, che definiscono la tipologia associandola strettamente alla storicità e all’evento.

Nella quarta parte del libro, che porta il titolo significativo “Bibbia e vita di fede”, a più riprese è ribadito che “la principale funzione della Bibbia nel periodo patristico era la generazione di uno stile di vita, fondato sul vero modo in cui le cose sono realmente, come rivelate dalla parola di Dio” (p.206). Ancora “si potrebbe dire che l’esegesi parenetica occupasse un luogo primario. Le Scritture erano sempre trattate come la parola di Dio e come guida per la vita” (p.234). Parlando del teologo come esegeta, è affermato che nei Padri della chiesa teologia, esegesi biblica e spiritualità sono inseparabili. Infatti “ l’aspetto che più colpisce è di fatto la coerenza con cui la Bibbia fu letta in contesti differenti. Se i commenti intendevano occuparsi di problemi testuali e le omelie miravano a privilegiare le caratteristiche più ovvie, si ha tuttavia la sensazione di una affinità nei tipi di sensi individuati e nelle ‘strategie di lettura’ adottate. Nel complesso l’impresa coinvolgeva istanze che oggi si tende a separare in studio critico, teologia, praxis e spiritualità” (pp. 279-280). Infine tutto il libro, sulla scia dei Padri della chiesa, privilegia la cosiddetta “analisi canonica”, che afferma l’unitarietà di tutta la Bibbia (la prima parte porta il titolo molto significativo “L’esegesi e l’unitarietà delle Scritture”). Forse è bene ricordare che anche la Pontificia Commissione Biblica nel suo documento L’interpretazione della Bibbia nella vita della Chiesa (1993) riconosce la validità di questo approccio esegetico, però ne segnala i limiti e invita a “rispettare ogni tappa della storia della salvezza. Svuotare della sua sostanza l’Antico Testamento significherebbe privare il Nuovo Testamento del suo radicamento nella storia”.

Accanto ai numerosi elementi positivi, che obbligano a considerare l’autrice una studiosa molto informata su tutti i problemi della patrologia e anche sugli orientamenti letterari attuali, obiettività vuole che vengano segnalati anche i difetti di questo libro. Innanzitutto la sua lettura risulta piuttosto faticosa a motivo delle continue ripetizioni e delle continue interruzioni del filo logico del discorso per introdurre discussioni con altri studiosi che la pensano diversamente (una collaudata metodologia suggerirebbe di rimandare questi dibattiti in nota!). In secondo luogo la tradizione italiana ci ha abituato a scrivere la parola “Scrittura/Scritture”, quando si riferisce alla Bibbia, con l’iniziale maiuscola, anziché con quella minuscola, come fa tutto il libro. Infine bisogna segnalare lo stile molto prolisso e una terminologia molto astrusa (almeno per i non addetti al lavoro!), forse anche a causa della traduzione italiana troppo aderente al testo inglese.







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